Regione, perché il centrosinistra deve archiviare De Luca

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La possibilità concreta, ma senza esagerare si potrebbe dire la certezza, di battere le destre in Campania passa per l’unità delle forze che oggi governano il Paese e, di conseguenza, per l’individuazione di un candidato Presidente espressione di questa fase, che sia il prodotto di un impianto programmatico unitario ed il garante di uno stile nuovo nella guida dell’istituzione regionale.
Negli ultimi mesi la richiesta di non ricandidare De Luca ha fatto finalmente capolino nel dibattito politico campano, dapprima timidamente, poi, via via, con sempre maggiore visibilità. Ora quella ipotesi si intravede con una certa consistenza, si legge nelle dichiarazioni pubbliche e in diversi articoli di stampa. Perfino dalle parti del Partito Democratico non è più un tabù. Altri, incerti, si “appendono” al risultato delle elezioni in Umbria ed a ciò che avverrà in Emilia Romagna e in Calabria. La verità è che qualsiasi consultazione non potrà che dirci la stessa cosa: ogni Regione è una storia a sé. In Umbria non c’era partita, in Emilia il centrosinistra può vincere anche da solo, ma con i 5 stelle andrebbe praticamente sul sicuro, in Campania, come confermano tutti i sondaggi, la coalizione di governo replicata a livello locale è ampiamente in grado di battere le destre. Ad alcune condizioni, però. In primo luogo la capacità di tutti, ma delle forze di sinistra in particolare, di abbandonare ogni timidezza e proporre un cambio di passo deciso, un’altra idea di Campania e, a partire da questo, un patto decennale per mettere mano davvero ai ritardi, alle ingiustizie, alle sofferenze che i cittadini campani debbono subire.
Di questo si rendono conto in molti e per questo la proposta di “partire dall’esperienza di Vincenzo De Luca”, testimonia una evidente difficoltà. Perché la realtà dice il contrario. Dice che l’attuale presidente della Regione è divisivo e perciò nella impossibilità di ricomporre intorno a sé il campo delle forze politiche che sostengono il Governo nazionale. È un dato di fatto. Tocca a queste forze il compito di chiedergli formalmente un passo indietro per consentire la nascita di una aggregazione vincente. De Luca non sentirà ragione? Bene, anzi male. Ma la responsabilità di una vittoria delle destre in una grande Regione del Mezzogiorno oggi governata, comunque, dal PD, dove forze progressiste governano i Comuni di Napoli, Salerno, Caserta e Avellino, sarà solo sua. La responsabilità di dividere, mentre dalle piazze sale la domanda di unità, non sarà nostra, ma sua in primo luogo e del PD subito appresso.
Questa la precondizione, ma per vincere non bastano le geometrie politiche. Serve una prospettiva nuova, una speranza e una mobilitazione, tutte cose che, a maggior ragione, l’attuale Presidente non può offrire. De Luca non è incompatibile con il M5S e con Sinistra Italiana, De Luca è incompatibile con il carattere ed il profilo che necessariamente dovrà avere questa aggregazione in Campania. Per questo la contesa non può attestarsi sul terreno del giudizio relativo a questi cinque anni di governo regionale. Bilancio, a mio avviso, da bocciare perché totalmente negativo. Perché De Luca, secondo me, ha fatto tutto il possibile dal suo punto di vista. Il problema è il suo punto di vista. È l’obsolescenza conclamata della sua cultura politica, istituzionale, soprattutto amministrativa. Insomma, bisogna battere le destre, ma per battere le destre i numeri sulla carta non sono sufficienti. Ci vuole un’anima e un sentimento, però dobbiamo cercarlo più nelle piazze delle sardine che nelle stanze delle tre C: Ciriaco, Cirino e Carmelo.
Sono sicuramente tra quelli che augurano lunga vita a questo Governo, a condizione che sappia trovare presto un’anima e un progetto per il Paese. Ma non saranno solo le scelte romane a decidere la durata della legislatura: è evidente che una sconfitta in Campania, molto probabilmente, farebbe precipitare la situazione verso elezioni anticipate. Non possiamo correre questo rischio e dobbiamo dirlo oggi. Domani potrebbe essere troppo tardi e trovarci di fronte al “fatto compiuto”. De Luca infatti vuole fare “come Bonaccini”, ovvero partire dalla posizione di vantaggio e convincere tutti che non ci sono alternative valide, che conviene valorizzare ciò che è stato fatto e puntare “sull’usato garantito”. Ma questa volta non può e non deve funzionare.
Anche perché De Luca e Bonaccini non sono paragonabili, in comune hanno solo la tessera del PD. Bonaccini costruisce una coalizione politica, certo a partire dall’esperienza in corso, ma con uno stile un linguaggio di un altro pianeta rispetto al nostro. Stile e linguaggio, che mai come nel nostro caso rimandano alla sostanza e non possono essere derubricati ad elementi caratteriali. Noi abbiamo bisogno dell’esatto contrario. Non abbiamo bisogno di monologhi e non sopportiamo più le minacce. Vogliamo archiviare la violenza verbale come un ricordo del passato. Abbiamo bisogno come il pane di uscire dalla retorica, ormai insopportabile, dei miracoli e della fatica immane, degli sforzi straordinari che producono risultati eccezionali.
La Campania che conosciamo noi, purtroppo, è quella del trasporto pubblico al disastro, quella delle ecoballe che stanno ancora lì e di un piano rifiuti per niente alternativo ai desiderata della camorra, quella della sanità che esce dal commissariamento sulla pelle delle famiglie dei malati, quella con il primato del consumo di suolo mentre i fondi per il dissesto idrogeologico rimangono bloccati, quella incapace di fare del Reddito di Cittadinanza un’opportunità, in un contesto che vede il 41,4% della popolazione a rischio povertà, il livello più elevato nell’ambito dell’Unione europea.
Il quinquennio a guida De Luca, quindi, non ha fatto registrare nessuna reale discontinuità rispetto a quello gestito da Caldoro. Nessuna diversità hanno percepito i cittadini campani sulla filosofia di fondo che ha governato il welfare, nessuna novità sul terreno delle emergenze ambientali, nessun cambiamento per ciò che riguarda i beni comuni. Se la vicenda regionale si dovesse risolvere in una ennesima sfida tra i due, sarebbe la plastica rappresentazione una drammatica staticità, una sorta di fermo immagine da cui non riusciamo a venire fuori. Sarebbe una sciagura per ogni prospettiva di cambiamento. Dobbiamo vincere senza potentati locali, senza palazzinari, senza cliniche private. C’è di meglio in Campania.