Se l’evoluzione del quadro politico nazionale dovesse spingere Matteo Renzi a abbandonare Nicola Zingaretti e il Pd al loro destino, un posto di primissima fila tra gli scissionisti potrebbe essere occupato da Vincenzo De Luca. Nonostante il lungo appello unitario pubblicato sulla propria pagina Facebook il governatore campano avrebbe tutte le caratteristiche necessarie per essere uno dei leader nazionali, di sicuro il principale punto di riferimento per il Sud, di Azione Civile, il nuovo partito che il rottamatore è pronto a mettere in campo. De Luca è culturalmente funzionale allo schema che Renzi sembra avere in testa: il ripristino su basi nuove – e esasperatamente leaderistiche – del bipolarismo italiano, questa bestia che negli ultimi 25 anni, con il concorso di leggi elettorali andate molto oltre lo spirito della Costituzione, ha corroso lentamente la democrazia rappresentativa nata dalla Carta del ’48. L’uomo  di Rignano ha colto un dato politologico essenziale di questa fase dell’eterna transizione nazionale: la consumazione completa dell’esperienza dei 5 Stelle, che per qualche anno ha rappresentato un elemento – molto discutibile, quanto politicamente e culturalmente poverissimo – di rottura della dinamica bipolare, riporta il Paese e le sue principali istituzioni politiche all’epoca del dualismo Ulivo-Casa delle Libertà. O Prodi-Berlusconi, se preferite.
La nuova formazione che eventualmente dovesse nascere da una costola del Pd, pur penalizzata dai primi sondaggi che la danno intorno al 5%, non potrebbe non avere una vocazione maggioritaria perché sarà più competitiva del Pd stesso sul nuovo terreno all’interno del quale si misura la capacità delle formazioni politiche di attrarre consenso elettorale in questo momento della storia nazionale. Chiamatelo pure populismo, se più vi aggrada: non sarete andati comunque molto lontani dalla verità. Fatto è che Renzi, con la sua eventuale scissione, punterebbe a una nuova ristrutturazione del sistema, modellato intorno a due soli attori politici: la sua Azione Civile e la Lega Nord dell’altro Matteo. E’, come ha già fatto notare qualche osservatore particolarmente avvertito, la medesima operazione condotta – in tutt’altro contesto costituzionale, è ovvio – da Emmanuel Macròn in Francia. Lo svuotamento del PS si è risolto nell’occupazione e nel presidio culturale, ideologico, di uno spazio di centro – centrodestra che contende la leadership nel Paese alla destra estrema della Le Pen.
In un quadro siffatto, a Renzi uno come De Luca servirebbe come il pane, e la convenienza sarebbe ovviamente reciproca. Le affinità culturali con Salvini soprattutto in materia di immigrazione e sicurezza fanno del governatore campano l’uomo giusto per presidiare un fronte lungo il quale sono contendibili diversi milioni di voti. Ma De Luca è anche l’uomo che, con le sue strambissime idee in materia di Autonomia differenziata, potrebbe consentire a Renzi di tenere botta sulla “secessione dei ricchi”, punto caratterizzante del programma della Lega. Di converso, Azione Civile consentirebbe a De Luca un’ampia libertà di manovra in vista delle prossime Regionali. Nella guerra sotterranea tra capibastone Pd in corso da anni, che minaccia di trasformare il cammino verso la composizione delle liste in un calvario di mediazioni e concessioni, il governatore avrebbe un potere negoziale superiore a quello avuto finora. E ciò gli consentirebbe di portarsi in Consiglio regionale un pattuglione di pretoriani che risponderebbero esclusivamente a lui. L’altro punto di convenienza è rappresentato dalla posizione di Piero De Luca, renzianissimo deputato eletto a Caserta, che vedrebbe così blindata la propria riconferma in Parlamento. Magari nel collegio di Salerno, per cavarsi quella minuscola, ma fastidiosissima, pietruzza dalla scarpa della mancata elezione nel 2018.