Riduzione in schiavitù, non bastano le toghe

L'agricoltura è il contesto nel quale una serie di azioni di polizia e magistratura hanno avuto maggiore successo nella lotta alle gravi forme di sfruttamento. Nel Salernitano è successo già in passato e oggi è accaduto di nuovo. Ovviamente, non è sufficiente. Anche perché le questioni del lavoro non possono trovare nella polizia o nei giudici la loro risoluzione

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Una grande operazione di contrasto alla tratta e sfruttamento delle persone migranti è stata realizzata in provincia di Salerno, con casi addirittura di riduzione in schiavitù. Non si tratta di parole esagerate, ma di reati specifici riconosciuti dal Codice penale. La riduzione o il mantenimento in schiavitù o servitù è oggetto dell’articolo 600 del Codice, mentre l’articolo 601 si riferisce alla tratta di persone e l’articolo 603 bis è relativo alla Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Questi articoli sono stati elaborati negli ultimi anni, anche a seguito delle mobilitazioni e degli scioperi che una parte della popolazione immigrata ha promosso in Italia, in particolare in ambito agricolo, a partire dallo sciopero di Nardò, in Puglia, nell’estate del 2011. In quello stesso anno, con il Decreto Legge 138, convertito poi dalla Legge 148 del successivo 14 settembre 2011, fu introdotto il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, modificato, insieme ad altri, dalla Legge 199 del 2016. Le lotte e le mobilitazioni contribuirono a questi esiti legislativi a tutela del lavoro e delle persone migranti, utili soprattutto nei casi più odiosi di sfruttamento delle persone. Questi casi fanno registrare numeri importanti. Si pensi che, secondo dati della Direzione Generale di Statistica e Analisi Organizzativa del Ministero della Giustizia, si contano ogni anno in Italia in media circa 290 contestazioni di reato relative alla tratta di persone, spesso collegata alla riduzione in schiavitù oltre che allo sfruttamento della prostituzione e, in parte, allo sfruttamento lavorativo. Negli ultimi anni queste situazioni non sono cambiate, anche se nuovi procedimenti penali di contrasto al grave sfruttamento del lavoro sono stati avviati anche con alcune sentenze definitive, come nel caso del processo Sabr in Puglia con condanne ad alcuni imprenditori e caporali, ed altri sono in corso, come in provincia di Latina, con protagonisti altri imprenditori a danno dei braccianti provenienti soprattutto dallo Stato indiano del Punjab.
Dunque, l’agricoltura si è dimostrata l’ambito privilegiato di attacco alle condizioni di vita e lavoro di una parte della popolazione migrante, ma anche il campo nel quale questa stessa popolazione ha mostrato il suo protagonismo, la sua capacità di organizzazione, la sua forza, a volte agita pubblicamente, con scioperi e manifestazioni, altre volte, la maggioranza, nel silenzio della vita quotidiana, nel corpo a corpo che, azienda per azienda, contraddistingue spesso i rapporti di lavoro in agricoltura, caratterizzata da un ampio ricorso al lavoro grigio. La stessa agricoltura è il contesto nel quale una serie di azioni di polizia e magistratura hanno avuto maggiore successo nella lotta alle gravi forme di sfruttamento. Nel salernitano è successo già in passato e oggi è accaduto di nuovo. Ovviamente, non è sufficiente. Anche perché le questioni del lavoro non possono trovare nella polizia o nei giudici la loro risoluzione. Non sono i giudici che possono risolvere, ad esempio, il tema delle giornate non versate in agricoltura. O l’utilizzo improprio della disoccupazione agricola. Su questo sono chiamate le istituzioni locali, con le politiche, e la lotta sindacale, con l’organizzazione, le vertenze e la conquista di spazi di potere, ad agire per convincere le imprese a rispettare il lavoro sotto tutti i punti di vista.