Rigenerare Salerno? Una strada c’è

Necessario ripensare il rapporto fra territorio e città, contenendo il consumo di suolo attraverso una riqualificazione urbana

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Escludendo le storiche opportunità non colte nei primi decenni del Novecento (piani Donzelli-Cavaccini, 1915; e Guerra, 1934), la struttura urbana di Salerno è quella dei piani Calza-Bini, 1936; Scalpelli, 1945; e poi il dannoso piano Marconi del 1958 (Sindaco Menna), mentre gli indirizzi per porre alcuni correttivi cominciano dopo la pubblicazione del famoso DM 1444/68. L’Amministrazione salernitana fu “costretta” a preparare un piano urbanistico (Sindaco Russo), e così furono incaricati gruppi di progettisti (Delibera Comunale N.203 del 29/09/1972) per svolgere un’analisi urbana e perimetrare le zone territoriali omogenee. La sintesi di quel percorso suggerì idee e soluzioni, che costruirono le basi per la “manovra urbanistica”, e comprendeva un insieme di interventi specifici (recupero del centro, il Corso, lungomare, il trincerone …).

L’urbanista Oriol Bohigas

Il dibattito pubblico di quei decenni stimolò forze locali di ogni schieramento per porre rimedio a una Salerno pianificata male e sotto scacco dalla famigerata rendita. Questo danno fu riconosciuto anche in Consiglio comunale, quando i tecnici incaricati consegnarono la “relazione preliminare” (1974) sulla città, e si indicò la strada per recuperare gli standard mancanti. Fu così che nel 1980 nacque l’ufficio di Piano (Sindaco D’Aniello). Pochi ricordano che l’Amministrazione decise di non decidere (Sindaco Clarizia, 1983), e questa inerzia favorì gli interessi dei palazzinari. Si tratta dell’eterno conflitto insito nel regime giuridico dei suoli, il conflitto fra urbanistica e rendite parassitarie. Anche la “manovra”, e poi il piano Bohigas dopo, rinunciarono all’approccio radicale per contrastare le rendite parassitarie, e arrivare fino ai dannosi piani edilizi dell’Amministrazione. Dagli anni ’70 all’inizio del nuovo millennio, il mondo è cambiato completamente. La globalizzazione neoliberista ha trasformato le città e addomesticato le classi dirigenti locali. La sinistra politica è scomparsa e tutti gli attori politici sono diventati capitalisti liberali e liberisti. Gli Enti locali sono stati derubricati al ruolo di amministratori e attuatori delle politiche liberiste. Quali effetti su Salerno? Ripresa e continuità di obsoleti piani edilizi (speculativi), crescita della disoccupazione e contrazione della città. L’incapacità di leggere i cambiamenti del capitalismo ha favorito, abusivismo, disordine e dispersione urbana. Le ultime politiche pubbliche fecero in tempo (Sindaco Giordano, 1987) ad avviare il recupero del centro, a costruire il Corso, l’arredo urbano del lungomare, e il primo tratto del trincerone ferroviario. Il disegno riformista immaginato negli anni ’80, in piccola parte viene realizzato ma Salerno per scelta politica dipende dal sistema globalista. L’attuale contesto culturale e politico non riesce a stimolare nuove opportunità, subisce la contrazione della città, trascura i diritti degli ultimi e i problemi delle periferie, sottovaluta l’emigrazione dei giovani (laureati o non laureati).
Diversi e molteplici fattori negativi costringono la città in un’incertezza economica, ad esempio, un ambiente sociale chiuso e autoreferenziale che toglie opportunità a chi vuole sperimentare e innovare, l’assenza di un’adeguata classe dirigente e l’incapacità di accettare l’idea che bisogna cambiare i paradigmi culturali della società, se si desidera uscire dalla marginalità. Un sincero percorso di miglioramento parte dall’analisi della realtà territoriale e dal coraggio di osare nuovi percorsi. Negli anni ’70 era necessario individuare le zone omogenee per recuperare standard, oggi è necessario riconoscere la nuova città e la sua struttura urbana estesa (si sono saldati 11 comuni), sia per recuperare standard ma progettarne dei nuovi e abbandonare i dannosi piani edilizi che ignorano le disuguaglianze territoriali. La nuova città estesa può essere amministrata, governata e pianificata secondo l’approccio territorialista, attraverso un piano bioeconomico. Un tale approccio culturale e amministrativo è capace di individuare, e interpretare correttamente l’identità dei luoghi ripensando il rapporto fra territorio e città, e contenendo il consumo di suolo attraverso una rigenerazione urbana (trasferimenti di volumi e recupero di standard) ma stimolando la nascita di nuove funzioni e attività da localizzare negli agglomerati urbani esistenti (zone consolidate), lungo le conurbazioni (valle dell’Irno e pendici dei monti), e nella dispersione da contenere: periferie, zone suburbane e rururbane. Tutta questa complessità caotica e dannosa può essere aggiustata, migliorata e persino rigenerata. Questo processo genera valore e numerose opportunità favorendo nuova e utile occupazione e stimolando lo sviluppo umano.