Risorgeremo perché figli di Dio

Il Vangelo di domani, domenica 10 novembre, ci insegna che l’anima non è una scintilla smarrita nel buio della materia, ma soffio di Dio che ci fa essere un tu di fronte a Lui

0
100

Riflessione centrale delle letture di questa domenica è la risurrezione, che tanti vorrebbero cancellare come una prospettiva vaga e indefinita. La vita eterna è una pietra d’inciampo per la fede; essa non trova riscontro nell’esistenza quotidiana. Non descrivibile, la Bibbia utilizza immagini gioiose collegandole a banchetti nuziali per evocare il benessere di un altro mondo al quale si approda dopo il pellegrinaggio sulla terra. Maturata e meritata la salvezza di tutto l’uomo, una gioiosa speranza anima questa corsa verso Dio che dona la vita che fa vivere, compimento e non negazione di ciò che ora siamo.
Gesù è a Gerusalemme quando viene interrogato dai Sadducei, potente gruppo di conservatori, legati ad una lettura fondamentalista delle Scritture delle quali privilegiano il Pentateuco; non trovando la parola resurrezione nella Torah, costoro rigettano l’idea, a differenza dei farisei e degli esseni per i quali era il destino ultimo dei giusti. L’incontro tra Gesù e i Sadducei non è un’occasione per scambiare convincimenti, ma è dettato dal desiderio di uno scontro per vendicarsi di precedenti sconfitte. Costoro utilizzano il paradosso di un apologo per ridicolizzare la fede nella risurrezione: é un finto dialogo, non può sfociare in opportunità d’intesa. Si propongono di umiliare il giovane rabbi. A questo fine scelgono un argomento come la resurrezione, ridicolizzata tramite il riferimento alla donna sposata a sette fratelli per rispettare la legge del levirato, disposizione che consentiva a un uomo morto di divenire legalmente padre di un figlio generato dal fratello che, intanto, aveva preso in moglie la vedova.
Certo non è facile credere nella vita eterna, ma l’errore dei Sadducei è nel focalizzare la durata e non la sua intensità. A loro importa la sopravvivenza dell’ereditarietà genetica, alla quale sacrificano la donna, oggetto per un fine al quale partecipa mettendo a disposizione il suo corpo, una prospettiva senza amore. Gesù risponde esaltando una diversa eternità, non la biologica ma quella di Dio. La vita eterna di cui parla è la stessa vita dell’Eterno per noi, figli della risurrezione perché figli di Dio. Il Signore vince la morte; non sappiamo come, né conoscerlo è importante. La risurrezione non é mera riproposizione dell’esistenza terrena. Risorgere significa entrare in una nuova dimensione non solo dello spirito.
Gesù parla di risurrezione e non d’immortalità, discorso centrale della fede perché il suo essere il Risorto non è un fatto isolato; ad amalgamare la chiesa non è una cultura, una filosofia, ma questo fatto: Gesù risorge per rendere eternamente vivo chi crede in lui. Noi non possiamo andare oltre e ritenere l’aldilà semplice prolungamento dell’attuale esperienza. La casa del Padre è un grande mistero. La risurrezione non cancella l’umanità, la trasforma in una eternità che non é ripetizione infinita, ma continua scoperta che il Signore è Dio di vivi. Il “di” esprime il legame di appartenenza con Dio; Egli lega la sua eternità alla nostra perché a vincere la morte è l’amore divino. L’anima non è una scintilla smarrita nel buio della materia, ma soffio di Dio che ci fa essere un tu di fronte a Lui, in grado di dialogare con Lui e sceglierlo nella fede; un tu non destinato a dissolversi nel nulla, ma torna a Dio conservando il proprio nome e individualità di persona mentre si placa la fame e la sete del divino. Nel valutare intensità e profondità dei rapporti occorre concentrarsi sul dono di amare col cuore di Dio, quindi non un’ombra di amore.
Rispetto al mondo che passa, Gesù descrive la novità del Regno, che non prevede di perpetuare comportamenti inscritti nella vita biologica. Rispetto a questo messaggio, ogni interpretazione della frase “I figli di questo mondo prendono mogli ma quelli giudicati degni della vita futura no”, per secoli ritenuta un invito al celibato per il Regno, non è appropriata. Un’ermeneutica più conseguente rispetto alla dinamica interna del testo induce a ritenere che Gesù, utilizzando immagini della sua cultura per rendersi comprensibile, pone l’accento sull’annuncio della resurrezione della carne quale speranza per i suoi discepoli; perciò asserisce che vivremo come gli angeli nella contemplazione del volto d’amore di Dio, protesi verso di Lui, nella reciproca amicizia di riconoscersi figli e partecipi della sua vita beata. Gesù contrappone un mondo nuovo non per dire che finiranno gli affetti, ma per sottolineare che l’unico a persistere per sempre, quando non rimane più nulla, è l’amore. I risorti vivono la gioia umanissima e immortale di dare e ricevere amore perché amare è la pienezza dell’uomo e di Dio, che vince la morte. Ecco il mondo nuovo che ci attende, dove viene esaltata la dinamica del ricevere e dare amore perché si vede Dio faccia a faccia (Mt 18,10).