Rispetto per i richiedenti asilo

La Prefettura continua a seguire una logica esclusivamente burocratica nella gestione delle persone temporaneamente ospiti del sistema di accoglienza

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Le persone richiedenti asilo non sono pietre, cose, numeri. Le persone richiedenti asilo non sono pratiche da sbrigare, problemi da spostare, oggetti di cui disfarsi. Sembra ovvio. Non lo è affatto. Sicuramente non lo è per la Prefettura di Salerno. Dopo avere trasferito circa 40 persone da un centro di accoglienza di Pagani la settimana scorsa verso Eboli e Capaccio, circa cento persone sono state trasferite dal Centro di accoglienza di Foce, a Sarno, la mattina del 30 Gennaio. Nello stesso giorno, altre 20 sono state spostate da Pontecagnano ad Ascea. Tutti i trasferimenti, per le notizie disponibili, sono avvenuti senza preavviso verso le persone ospiti, nel silenzio, senza che nessuno sapesse niente dall’interno così come dall’esterno dei Centri di accoglienza.
Eppure, il problema era stato sollevato. Dalla stampa, che aveva dato risalto ai trasferimenti da Pagani e ai percorsi di inclusione sociale di tante persone spezzati da una decisione così repentina. E dalla manifestazione indetta dalla rete collettiva “Salerno contro la legge (In)sicurezza” il 26 gennaio, che, tra i punti di proposta e rivendicazione, aveva richiesto tempi di preavviso non inferiori ad un mese nei casi di trasferimento, in modo da consentire alle persone di organizzarsi, anche, eventualmente, per chi volesse e potesse, fuori dal sistema di accoglienza.

Per i richiedenti asilo si prifila ormai un vero e proprio dramma sociale, con “deportazione” di massa e senza alcun preavviso

Nonostante questa visibilità e queste richieste, la Prefettura ha espresso il disinteresse più totale. E lo ha fatto con due atti concreti, chiari, che non solo evidenziano la logica con cui l’accoglienza viene governata, nella quale le persone accolte contano poco o nulla, ma anche l’assenza, almeno allo stato attuale, di disponibilità all’ascolto delle istanze che vengono dalla società.
Evidentemente, la Prefettura segue una logica esclusivamente burocratica nella gestione delle persone temporaneamente ospiti del sistema di accoglienza, facendola vincere sulla logica del rispetto e del riconoscimento degli sforzi che fanno le persone, migranti ma anche italiane, per costruire esperienze positive di vita.
Agire in questo modo mette in discussione, e in molti casi rischia di rompere, i percorsi individuali e sociali di quella che le istituzioni stesse chiamano integrazione, facendo saltare inserimenti lavorativi, amicizie, percorsi formativi e scolastici. Questo modo di agire ha effetti emotivi e sociali sulle persone, ma ha anche conseguenze in termini di economia politica: rende deboli, socialmente ed economicamente, persone che si erano rafforzate, favorendo, nei fatti, la produzione di quell’esercito di riserva di cui tanto i razzisti, anche al governo di questo paese, parlano a sproposito.
Consentire alle persone di organizzarsi e rafforzarsi, anche attraverso le loro reti sociali di vita quotidiana, dovrebbe essere, invece, il compito del sistema di accoglienza e dell’istituzione prefettizia che lo sovraintende. In questa situazione di sordità istituzionale, la continuazione della mobilitazione sociale e politica e la moltiplicazione delle pratiche concrete di solidarietà quotidiana diventano sempre più necessarie, anche per esercitare la necessaria pressione affinché le istituzioni locali, compresa la Prefettura, ripristinino una logica di governo fondata sul rispetto delle persone.