Roberto De Luca, l’etica pubblica e i sofismi salottieri

0
1127

Se uno che non conosce la vicenda nei dettagli s’imbatte nella sinossi con cui viene presentato, nel catalogo di Salerno Letteratura, il libro dato alle stampe da Roberto De Luca di Vincenzo, presidente della Giunta regionale della Campania, principale finanziatore della manifestazione, immagina che il giovanotto sia uscito stritolato da chissà quale crudele persecuzione giudiziaria, che trasforma il volume in qualcosa all’incrocio tra “Le Mie Prigioni”, “La colonna infame” e il “Conte di Montecristo”. Non potendo, per ovvie ragioni, convocare Pellico, Manzoni e Dumas, la rassegna salernitana li ha surrogati con la storia, definita “esemplare”, del rampollo della famosa dinastia di via Lanzalone. In realtà, il signor Roberto De Luca di Vincenzo, per il quale l’immaginifico estensore della sinossi scomoda nientemeno che il sofista Gorgia, non ha fatto un solo minuto di galera (a differenza di tantissimi cittadini della Repubblica assolti dopo processi lunghissimi e al culmine di estenuanti carcerazioni preventive). E, al termine di un’inchiesta-lampo, è stato prosciolto, il giorno di San Gennaro di due anni fa, dal Gip del Tribunale di Napoli, su richiesta del pm, dall’accusa di corruzione nell’ambito dell’inchiesta Bloody Money. Ripreso segretamente da una troupe di Fanpage che utilizzò un falso imprenditore per fargli promettere un interessamento presso la Regione – lui che all’epoca era un assessore del Comune di Salerno – per alcuni appalti riguardanti il settore dei rifiuti, il pargolo finì su tutti i giornali e, di lì a qualche giorno, abbandonò l’incarico di assessore. Che negli impegni assunti al cospetto del falso imprenditore non ci fosse nulla di penalmente rilevante (articolo 49, comma 2 cp: il cosiddetto “reato impossibile”) sarebbe stato in grado di stabilirlo anche uno studente del primo anno di Giurisprudenza.

Ciononostante l’inchiesta di Fanpage – molto discutibile a sua volta da un punto di vista deontologico per le modalità con cui fu condotta – portava alla ribalta nazionale un caso gravissimo di malcostume politico. Tuttora inemendabile. Ma Roberto De Luca di Vincenzo non la pensa così: ha scritto un libro, finora circolato in maniera semiclandestina, in cui, novello Edmond Dantes, descrive il suo “calvario”. Che consisterebbe – in buona sostanza – nel forzato allontanamento dalla scena pubblica che ha dovuto subire. Il delirio giustizialista dell’ultimo trentennio ha fiaccato prima lo Stato di Diritto e poi la democrazia, portando a dilatazione la sfera del penale che ha stabilmente invaso ambiti che non sono di sua competenza. Con il proscioglimento del Gip, Roberto De Luca di Vincenzo ritiene di aver maturato il diritto alle scuse e, soprattutto, la ri-legittimazione a riproporsi per un incarico pubblico. Purtroppo per lui, i Tribunali amministrano la giustizia attraverso l’applicazione del codice penale, ma non gestiscono l’etica pubblica. E guai se non fosse così. Per i reati ci sono i giudici, sull’etica pubblica il discorso è un po’ più complesso. Tutto è possibile, ma viene abbastanza agevole pensare che la maggioranza di quelli che si sono imbattuti almeno una volta nel filmato di Fanpage abbia maturato convincimenti molto diversi da quello (peraltro giustissimo) del giudice penale. E non basteranno a ribaltarli i raffinati e salottieri sofismi di una assolutoria serata festivaliera.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno in edicola oggi)