Salerno “città mondiale”

È il valore nominale dei fabbricati invenduti che fa gola agli speculatori finanziari

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Nel considerare la grandeur di Vincenzo De Luca, viene da chiedere perché mai si sia limitato ad offrire a Salerno la definizione di “città europea” invece che quella di “città mondiale”. In realtà le logiche attraverso le quali negli anni recenti Salerno si è trasformata sono più vicine a quelle internazionali di Dubai o Hong Kong che non ai modelli europei, tali da meritarle forse un titolo più enfatico. Probabilmente il riferimento all’Europa nasce dall’affidamento della redazione del Piano Urbanistico all’architetto catalano Oriol Bohigas il quale, sebbene operante essenzialmente in Spagna, si presentava, quale assessore coordinatore degli interventi per le Olimpiadi di Barcellona, esperto della più significativa modificazione urbana realizzata nel vecchio continente. Architetto mediocre, in realtà Bohigas riciclava per i provinciali salernitani una lezione appresa in Italia, da urbanisti come Secchi, Gregotti, Salzano, fondata sull’idea di arrestare la crescita espansiva dei centri urbani per “costruire nel costruito”, riqualificare l’esistente. Ma l’allievo aveva forse mal compreso l’insegnamento dei maestri dal momento che il suo piano, nel tradimento dello stesso slogan in cui si riassumeva, invece che il rimodellamento e la riqualificazione delle aree già edificate, ha proposto per Salerno una crescita implosiva da attuare mediante l’occupazione con residenze di tutti i suoli liberi interni e al contorno del recinto urbanizzato.

Dilaga il cemento in città

In Italia la disciplina urbanistica, anche nell’insegnamento universitario, è nata nel 1968 in seguito alla cosiddetta Legge-ponte. Fino a tale anno il nostro paese, che nel dopoguerra era sostanzialmente agricolo, ai fini dell’ammodernamento industriale, aveva incentivato l’urbanizzazione con piani che indicassero le sole aree edificabili. Salerno, come altre città italiane, si era dotata quindi di un piano, redatto dall’ing. Plinio Marconi nel 1958, rivolto a determinare nuove costruzioni residenziali in ragione del previsto incremento demografico legato all’industrializzazione promossa ad est con la definizione dell’area ASI. Fu il sindaco Menna a legare, con lungimiranza, il destino della città alle previsioni economiche nazionali e a pensare a una “grande” Salerno industrializzata. Nel 1968 però la crescita della sola residenza nelle città imponeva una loro ridefinizione con l’inserimento di servizi al fine di sfuggire la congestione e indurre più armonici modelli di vita. Il Dl. 1444 di quell’anno pose pertanto l’obbligo, per i comuni, di rinnovare i piani urbanistici introducendo determinate quantità di attrezzature nelle aree urbanizzate. Il sindaco Gaspare Russo, con l’ausilio dell’ufficio tecnico comunale retto dall’ing. Amendola, eluse però tale obbligo offrendo indirettamente i suoli, invece che ai servizi, alla più becera speculazione immobiliare cui non può non addebitarsi il disordine edilizio dell’area orientale e delle zone collinari, invase da colate di cemento fuori dalle regole urbanistiche dello Stato. Si deve alla giunta-Giordano, solo nel 1987, la prima stesura di un Piano urbanistico che prevedesse i servizi di cui la città era sprovvista. Di qui, dopo la cosiddetta “manovra urbanistica” promossa da tecnici salernitani per la definizione di un nuovo disegno urbano, la nomina dell’architetto Bohigas per la redazione di un Piano ai sensi della normativa elusa dalle giunte democristiane. Ad onta delle dichiarazioni avverse all’espansione, il Piano redatto da Bohigas, però, più che prevedere i servizi utili per Salerno, offrì indicazioni per un nuovo sacco edilizio, con la costruzione di circa 60mila nuovi vani per altrettanti improbabili nuovi residenti, data l’ipotesi di un presunto incremento degli abitanti a fronte del decremento reale. Ebbene, è qui che Salerno (come altre città italiane) appare essere più prossima a Dubai o New York che non alle città europee, nella utilizzazione delle costruzioni, cioè, invece che per fini abitativi, quali modi per attuare alte plusvalenze da far valere sui mercati finanziari. Salerno, come Roma o Milano, ma anche Dubai, Shangaj, Las Vegas, vede la costruzione di molte volumetrie edilizie, quasi del tutto inabitate, tale però da incrementare di oltre il 25% i capitali impiegati, più di ogni altra attività produttiva. Il valore nominale di un fabbricato invenduto è infatti maggiore, anche di molto, del capitale investito nella sua edificazione, laddove è quel valore, più gonfio, che può essere impiegato, attraverso le banche erogatrici dei mutui, nel gioco borsistico. Dato cioè un capitale, il suo incremento, mediante l’impiego nelle costruzioni, potrà essere fatto valere nel mercato azionario anche se gli edifici realizzati non hanno acquirenti. Fu in questa logica che si determinò la cosiddetta “bolla immobiliare” del 2008 negli Stati Uniti o il quasi fallimento dell’emiro di Dubaj, indebitatosi per oltre 20 miliardi di dollari a causa della costruzione del Burj Khalifa, il più alto grattacielo del mondo, in gran parte invenduto e fatto valere quale negli investimenti finanziari. Ed è questa logica che si è fatta strada anche a Salerno dove i grandi istituti bancari che erogano i mutui e indirizzano le operazioni borsistiche sono stati attenti e interessati alla grandeur deluchiana che, forse per troppa modestia, si riconosce solo europea.