Salerno condannata dagli errori

L'analisi economica / Si è puntato su settori a scarso valore aggiunto, favorendo la subalternità al Nord

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Negli ultimi quindici anni le attività economiche che si sono maggiormente diffuse nella città ed area urbana di Salerno sono state bed and breakfast, centri commerciali, sale gioco, luoghi di ristorazione. In aggiunta al lavoro di cura in casa di tante donne, soprattutto ma non solo straniere. Come questo giornale ha documentato con diverse inchieste, si tratta di un insieme di attività difficilmente capaci di dare vita a forme di occupazione sufficienti per vivere: si tratta di attività che, molto spesso, si alimentano di lavoro povero, cioè di lavoro che produce redditi non sufficienti a superare la soglia di povertà.
Certo, la definizione ufficiale di lavoro povero, quella riconosciuta dalla Commissione Europea, è un concetto un po’ differente. Essa si riferisce a chi, con un’età fra i 18 e i 64 anni, lavora almeno 6 mesi l’anno e vive in una famiglia in condizioni di povertà relativa (il cui reddito disponibile equivalente è inferiore al 60% della mediana nazionale). Questo vuol dire che non si considera povero chi, lavorando, riceve un salario basso, ma chi, pur lavorando, vive in nuclei familiari in condizione di povertà relativa. Il concetto statistico è, allora, un po’ differente, ma questo rende semplicemente la situazione ancora peggiore in quanto a chi è considerato lavoratore povero bisogna aggiungere quanti hanno remunerazioni basse anche se non sono censiti come poveri.
In Italia, la condizione di persone che lavorano ma vivono in famiglie sotto la soglia di povertà relativa è più diffusa che nella media dell’Unione Europea: nel 2017, la quota di lavoratori poveri in Italia era del 12,3%, mentre nell’insieme dei paesi europei questo valore era 9,6%. Si consideri che i lavoratori poveri ci sono di più tra gli autonomi che tra i dipendenti. E qui si conferma quanto in recenti inchieste questo giornale ha rilevato, ad esempio intervistando l’avvocata Valentina Restaino, che ha messo in evidenza i redditi molto bassi percepiti da tanti avvocati e tante avvocate.
Gli studiosi dell’economia odierna dicono che i settori in cui maggiore è la presenza di lavoratori poveri e più bassi sono i salari ed i redditi sono proprio quelli che più si sono sviluppati a Salerno negli ultimi quindici anni, quelli a minore valore aggiunto e minore produttività: alberghi, ristorazione, servizi alla persona, in modo particolare.
Su questa scelta strategica bisognerebbe ragionare un po’ di più. La messa in evidenza dei problemi è fondamentale, ma va capito anche come mai tali problemi ci sono. Una considerazione di partenza è che alta disoccupazione, precarietà del lavoro e sotto salario non sono una novità recente a Salerno come nel resto del Sud Italia. Va ricordato, infatti, che questo tipo di problemi è stato affrontato nel tempo sempre in un’ottica di sostegno del Meridione, secondo modalità diverse, alla ricchezza del Nord Italia, specialmente attraverso l’emigrazione, la predazione ecologica e territoriale, la subordinazione produttiva. Già lo studioso Luciano Ferrari Bravo nei primi anni ’70 del ‘900 ricordava come la subalternità del Sud fosse una necessità non solo per l’economia del Nord, ma per la conservazione degli assetti di potere a livello nazionale. Le stesse trasformazioni intervenute nel Sud vanno inquadrate in una relazione di dipendenza di fondo dal Nord: una relazione necessaria allo sviluppo capitalistico del Nord, nella quale il Meridione deve rimanere dipendente, deve funzionare come polo debole di una dialettica in cui le forze dello sviluppo rimangono fondamentalmente collocate altrove, nel Nord Italia o, lungo le filiere produttive, in altri paesi.
La storia del capitalismo italiano unitario, ricordava Luciano Ferrari Bravo, ha sempre risposto ad un imperativo: prima di tutto, va garantito lo sviluppo del Nord. Solo dopo, quindi nella misura in cui è funzionale e possibile, ci si preoccuperà della realtà complementare, della realtà meridionale, in un’ottica perequativo-distributiva, in maniera errata, e dentro un’ideologia antimeridionale, chiamata assistenziale. Questa logica può migliorare, come storicamente avvenuto, i livelli di vita delle popolazioni del Sud, ma non può cambiare la relazione di fondo che alimenta e definisce le modalità del capitalismo del Nord e i rapporti impari tra Nord e Sud Italia.
Il cosiddetto ritardo del Sud è strutturale, e va riprodotto, perché serve allo sviluppo del Nord. Puntare su settori a scarso valore aggiunto e, quindi, con ampia precarietà lavorativa e bassi salari è funzionale al mantenimento di questo tipo di subalternità. Non a caso Salerno non è l’unica area ad avere seguito, nel Sud Italia, questa strategia. E i risultati sono evidenti. Ad esempio, la provincia di Salerno è ottantesima, dunque verso gli ultimi posti, nella graduatoria del tasso di occupazione giovanile tra 15 e 34 anni. Secondo il “XXI Rapporto sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva” del Cnel, nel 2018 gli occupati in provincia di Salerno con età 15-34 anni erano 75.178, le persone in cerca di lavoro 31.307, gli inattivi 147.576. con un tasso di occupazione del 29,6% e un tasso di disoccupazione del 29,4%. Livelli di occupazione giovanile (se a 30-34 anni si può essere ancora considerati giovani!) davvero bassi. Ed allora non bisogna sorprendersi se tanti ragazzi e tante ragazze vanno via. Tanti studenti e studentesse, ad esempio, dopo la laurea triennale a Salerno vanno via. E non in un’altra università del Sud. Vanno al Nord. E non per questioni legati alla qualità. Ma per avvicinarsi ad un mercato del lavoro più dinamico e ad opportunità economiche qui assenti. Ad andare via sono anche non laureati, ovviamente. Dopo la nostra pubblicazione del 26 febbraio scorso di un’inchiesta sul lavoro nei centri commerciale mi ha scritto una ragazza, dicendo “fatti e rifatti turni anche più lunghi, senza mai regolare contratto e max 500 al mese. Sono scappata al nord. Addio Sud”. La risposta, per una parte dei giovani salernitani, è andare via. Non tutti lo fanno, non tutti possono, non tutti vogliono. Ma, se la strategia economica non cambia, questa via di uscita dolorosa, quella di emigrare, sarà sempre più cercata o, per lo meno, pensata come l’unica possibile.
Di tutto ciò bisognerà continuare a discutere, e a farlo collettivamente.

(Tratto da Il Quotidiano del Sud-L’ALTRAVOCE della tua Città)