La provincia di Salerno ha un territorio molto esteso, forse troppo. Comprende l’intera parte meridionale della regione Campania. Ha una superfice di 4918 chilometri quadrati, con 158 comuni e 1.109.837 abitanti. Basta fare il confronto con la regione Valle d’Aosta, con i suoi 3263 chilometri quadrati, per avere un riscontro immediato di cosa parliamo quando ci riferiamo all’estensione del nostro territorio provinciale. Anche per questo, il Salernitano presenta un patrimonio culturale di grande importanza, variegato e complesso, stratificato nel tempo e per tipologie di beni, a volte difficile da vigilare, tutelare, conservare e valorizzare.
La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino, retta dalla soprintendente Arch. Francesca Casule, è un organo periferico del Ministero per i beni e le attività culturali. È istituzionalmente deputato alla tutela dei beni culturali delle due province campane. Ma il problema, gravissimo in questo momento storico-istituzionale e politico dell’Italia contemporanea, è quello, già cronico, della insufficiente dotazione organica del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e quindi anche nella Soprintendenza salernitana si fa particolarmente pesante. Escludendo la provincia di Avellino, per quanto riguarda il solo territorio provinciale salernitano, attualmente la Soprintendenza ABAP in organico, Area Funzionale II – Patrimonio Archeologico, ha solo sei funzionari archeologi. Invece per l’Area Funzionale III – Patrimonio Storico Artistico, ha solo cinque funzionari, come si può dedurre dal sito web istituzionale dell’organo statale. Ve ne sono di più per quanto riguarda il Settore tecnico per il Patrimonio Architettonico e per il Settore tecnico per il Paesaggio, ma anche qui andrebbe potenziato l’organico. Nel complesso, però, va fortemente sottolineato il sottodimensionamento organico del personale in servizio rispetto a un territorio molto esteso, che richiederebbe, invece, un numero ben più alto di funzionari nei già menzionati settori. Purtroppo, con l’avanzare dell’età, sono diversi coloro che sono già andati in pensione e altri vi andranno a breve. Senza nuove assunzioni sarà oltremodo difficile, se non impossibile, garantire anche gli standard minimi per la vigilanza e la tutela del patrimonio culturale di intere zone, più o meno vaste, del territorio sub provinciale. Tuttavia, come annunciato più volte dal ministro Bonisoli, a breve dovrebbero essere banditi concorsi per far fronte a questa situazione e garantire il turnover del personale ministeriale, centrale e periferico, del MIBAC. Ce lo auguriamo tutti con trepidazione. Non è possibile lasciare nelle mani di pochissimi funzionari la vigilanza e la tutela di un immenso e diffuso patrimonio culturale perché per quanto bravi, capaci, competenti, volenterosi ed eroici, si troverebbero letteralmente sommersi da carichi di lavoro eccessivamente onerosi, se non proprio impossibili. Un ricambio, e soprattutto il potenziamento del personale, in sostituzione dei pensionati e dei futuri funzionari prossimi alla pensione, sarebbe non solo auspicabile, ma indispensabile. Vorrei, infine, spezzare una lancia anche in favore di una categoria di funzionari “nascosti” che si prodigano giornalmente per la vigilanza e la tutela dei nostri beni culturali. Parlo degli Ispettori Onorari, previsti nell’ordinamento del MIBAC, che coadiuvano i funzionari di ruolo delle soprintendenze per la vigilanza e la tutela dei beni culturali di propria competenza, tanto nel settore storico-artistico quanto in quello archeologico o ai monumenti architettonici. Si tratta di figure funzionali agli scopi e ai compiti istituzionali ministeriali, previste nella legislazione italiana fin dal 1907, con il compito di vigilare, informare e trasmettere alle soprintendenze notizie riguardanti i beni culturali di propria competenza, tipologica e territoriale, per «la conservazione e la custodia, promuovendo i necessari provvedimenti». Gli Ispettori Onorari, nell’esercizio delle proprie funzioni, sono pubblici ufficiali. Possono, e devono, validamente dare una mano e interagire per segnalare criticità, per offrire il proprio volontario contributo, non retribuito, per essere al servizio della cultura, in ossequio a quanto previsto dall’articolo 9 della nostra Costituzione repubblicana, con umiltà e spirito di servizio, ben sapendo che tale esercizio potrebbe comportare anche risentimenti, critiche, polemiche. Ma sono i cosiddetti “rischi del mestiere” e in quanto tali bisogna metterli in conto, anche a costo di essere profondamente antipatici. Anzi, meglio essere antipatici che sopportare, nel silenzio complice dell’indifferenza, la perdita di un bene culturale che costituisce sempre testimonianza storica avente valore di civiltà. Chiudere gli occhi significherebbe essere complici di un assassinio.