Salerno promuova un piano urbanistico intercomunale bioeconomico

Si tratta di un approccio alternativo al paradigma dominante ma offre un miglioramento sociale, tecnologico, e occupazionale. Il contesto territoriale salernitano è difficile e complesso poiché condizionato da un ambiente sociale e culturale chiuso e autoreferenziale. Alla chiusura culturale si deve rispondere con l’apertura e il coraggio di innovare

0
364

In numerosi interventi ho ritenuto fosse importante aprire un dibattito pubblico sul governo del territorio attraverso la bioeconomia, e più volte ho suggerito un nuovo punta di vista immaginando un piano urbanistico intercomunale fra i comuni che costituiscono la nuova città estesa. La vita di circa 300 mila abitanti (11 comuni della struttura urbana estesa) è deregolamentata e pianificata non correttamente, sia perché le istituzioni locali adottano piani edilizi e non più urbanistici, e sia perché il ceto politico è condizionato dal nichilismo urbano e da vecchie ideologie capitaliste, restando dentro confini amministrativi obsoleti e dannosi.

Dal punto di vista urbanistico sarebbe necessaria, a Salerno e nei Comuni vicini, una radicale svolta in termini di programmazione e di scelte

Rimanere sul vecchio piano ideologico, istituzionale e amministrativo, ritengo sia un grave errore, una miopia politica, che produce danni economici, ambientali e sociali perché non consente di pianificare correttamente la realtà. Chiunque può intuire gli enormi vantaggi di un cambio di scala. L’Amministrazione salernitana potrebbe proporsi come capofila di un’Unione di Comuni, oppure riconoscendo la nuova città estesa, potrebbe proporre un piano urbanistico intercomunale bioeconomico. Restare nella globalizzazione liberista e dentro la periferia economica europea, subendo le scelte politiche altrui e senza proporre alternative, continuerà a far aumentare le immorali disuguaglianze, costringendo tutti noi in una condizione economica sfavorevole, poiché i ricchi vivono di rendite parassitarie mentre ai giovani vengono negate opportunità, da indurre taluni ad emigrare. Le città italiane sono aree urbane estese, ciò non è un’opinione ma la realtà. I nostri sistemi politici e istituzionali devono mutare in funzione di questo cambiamento, ormai consolidato. L’azione politica dovrà conoscere e suggerire l’approccio bioeconomico poiché offre nuove opportunità di sviluppo umano senza intaccare le risorse limite. Si tratta di un approccio alternativo al paradigma dominante ma offre un miglioramento sociale, tecnologico, e occupazionale. Il contesto territoriale salernitano è difficile e complesso poiché condizionato da un ambiente sociale e culturale chiuso e autoreferenziale, che nega occasioni a chi vuole innovare per migliorare la nostra società, affermando un contesto economico poco dinamico e pressoché immobile. Alla chiusura culturale si può rispondere con l’apertura e il coraggio di innovare, attuando la Costituzione e suggerendo una nuova visione economica. La struttura urbana estesa necessita di un piano rigenerativo, prima di tutto, ripristinando l’urbanistica con una visione bioeconomica, cioè interpretando il metabolismo, e poi introducendo determinate funzioni e attività culturali, finora inesistenti da localizzare dentro le zone consolidate, ma collegate fra loro in una infrastruttura di mobilità intelligente. Ad esempio, si possono recuperare volumi inutilizzati per realizzare “cluster” culturali, luoghi che aggregano gruppi di innovatori per consentire loro di favorire sperimentazioni (tecnologiche e sociali). È la creatività umana che avvia nuova occupazione e nuove imprese. Restando nel paradigma sbagliato, la nostra esistenza non potrà migliorare, anzi continuerà a subire una progressiva regressione che ha già favorito chi ha tratto vantaggio dalle speculazioni, rafforzando la propria capacità economica, accumulando, e quindi concentrando ricchezza senza ridistribuire gli eccessi. Secondo l’ISTAT (BES 2018), la Regione Campania è quella col più alto indice di disuguaglianza della distribuzione di reddito, cioè il 20% più ricco della popolazione ha il reddito 7 volte superiore rispetto al 20% più povero. L’aumento delle disuguaglianze economiche è la conseguenza di interessi specifici, ad esempio concentrare le agglomerazioni produttive in determinati Sistemi Locali del Lavoro discriminando altri territori. E poi l’inerzia di una classe dirigente – imprese, università e politici locali – incapace di interpretare i danni delle politiche liberiste, e così cinica rispetto ai problemi dei ceti meno abbienti, persino cacciati dalle aree centrali (gentrificazione). Questi problemi dovrebbero essere temi al centro dell’azione politica con idee progettuali. Poiché la religione capitalista crea sottosviluppo e disuguaglianze intollerabili, sarebbe saggio programmare un salto culturale e offrire nuove soluzioni. È un percorso, prima di tutto, culturale per uscire dal paradigma sbagliato ed approdare su quello nuovo, ove scienza e coscienza determinano le scelte, anche grazie all’innovazione tecnologica utilizzata secondo razionalità, nel rispetto delle leggi della natura, e quindi usando le risorse in maniera razionale.