Quando Salerno aveva un’università

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Ormai a Salerno si è consolidata una radicale spaccatura tra la città e la sua antica Università. Sono lontani i tempi in cui gli universitari passeggiavano a frotte per il corso Vittorio Emanuele e il Magistero – a piazza Malta per i salernitani, a piazza 24 Maggio per il resto del mondo – era un attivissimo centro di studi e dibattiti, un vero e proprio motore pulsante della vita culturale nazionale. Non è un segreto che Salerno nella sua lunga e gloriosa storia ha tratto moltissimo dalla sua università. Essa, infatti è stata un ufficio di indiscutibile valore politico, economico e culturale.

Un organo restituito alla città solo nel secondo dopoguerra, dopo scippo murattiano, grazie alla ferrea volontà di uomini dal grande spessore culturale come il pedagogista Roberto Mazzetti e lo storico Gabriele de Rosa. Da quel momento l’università crebbe e con essa la città. L’Ateneo fu porto d’approdo per illustri professori come De Felice, Arfè, Buonocore, Sanguineti, ma la lista è davvero lunga. La presenza di questi rinomati uomini della cultura nazionale, e non solo, portò con sé implicitamente una ricchezza mai vista, concretizzatasi in un fiorire di studi, progetti e dibattiti. Questo dinamismo culturale iniziò immediatamente a spegnersi quando l’Ateneo fu spostato, per ragioni sia logistiche che politiche, nella valle

Il campus di Fisciano (fonte: UniSa)

dell’Irno. Così la città una volta attrice dei tanti dibattiti culturali vide un lento, inesorabile e progressivo distacco con quel mondo intellettuale faticosamente riconquistato. Come in una triste fiaba l’Università di Salerno perse il suo rapporto con la capitale del Principato Citeriore divenendo tristemente e laconicamente l’Università di Fisciano.

Un duplice danno al cuore e alla mente della città, poiché essa perse in un sol colpo sia la ricchezza e sia la spensieratezza portata dagli studenti fuori sede, ma molto di più, ha perso quell’indispensabile motore e propulsore culturale. Così Salerno ha involontariamente, o per meglio dire, inconsapevolmente assistito inerme ad un secondo “ratto” della propria Università. Scippo doloroso a causa dell’incapacità del mondo universitario e della politica locale di creare un ponte indispensabile per mantenere vivo quel rapporto tra città e l’Ateneo. Ormai da anni i convegni ed i dibattiti rimangono nella valle dell’Irno senza apportare alcun arricchimento e stimolo alla città. Una frattura fin qui insanabile, con tristi conseguenze. La città si è spogliata gradatamente dei suoi centri culturali e pochissimi sono oramai gli spazi per produrre cultura, l’unica vera forma d’investimento concreto per il futuro. La carenza di luoghi per la presentazione dei libri, per la realizzazione di dibattiti e conferenze ne è una palese dimostrazione. Anche librerie storiche come l’Internazionale hanno chiuso.

In più la presenza dell’Università in città rafforzava e stimolava la voglia della popolazione salernitana di conoscere meglio la propria storia, la propria cultura e i propri luoghi. Un lento processo di oblio che ha condotto il capoluogo provinciale a dimenticarsi della propria cultura, identificandosi man mano in nuove forme pseudo culturali fatte di lustrini e paillette. Salerno così non è più la città della storica Fiera di San Matteo, del suo porto, della Scuola Medica, del Giuscardo o la capitale d’Italia nel ‘43, un luogo dove l’incedere inesorabile del tempo ha lasciato ricchezze inaudite con resti etruschi, grechi, longobardi aragonesi ecc. ecc., ma diviene solo ed unicamente la città delle luci e dell’abusivismo demaniale. È auspicabile che Ateneo e capoluogo interagiscano al fine di ovviare questa persistente e sgradevole situazione individuando in città un luogo di rappresentanza ove poter (ri)dar vita a quei tanti dibattiti che resero Salerno un punto di riferimento intellettuale nazionale.