Salvini, i prefetti e le verità nascoste

Il ricorso al al capo della burocrazia nazionale, chiamato ad un’applicazione pedissequa delle leggi e delle direttive, è uno stravolgimento persino del fantomatico contratto di governo, perché ingloba tutta la questione in un alveo strategico-repressivo, in un sistema punitivo che esautora i sindaci, la cui autonoma azione politica viene subordinata proprio al meccanismo repressivo

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Sì, ci sono tanti modi per vestirsi di fascismo e riproporre un modello “di destra” per immaginare lo Stato, i rapporti sociali, quelli con le istituzioni, con i lavoratori, con gli immigrati. In questo tempo storico in cui la Lega continua la sua opera ramificante, come la peggiore erba che alligna e si espande, viene riproposta una modalità che, per chi ha un minimo di conoscenza storica, rimanda proprio al famoso Ventennio. Se ha un senso leggere il passato, e ce l’ha sempre, bisogna cogliere talune analogie comportamentali e culturali o comunque stare attenti a tutte le possibili devianze di un processo storico. L’insidia di una preoccupante deriva antidemocratica è dietro l’angolo, ma, invero, anche gli anticorpi si possono sviluppare se prestiamo attenzione a quanto sta accadendo e svisceriamo e denunciamo le “verità nascoste”. Non faccio mistero delle mie inquietudini e sto invitando ad alzare il livello di attenzione quando parlo con studenti, parenti, amici o conoscenti. Non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire, ma non c’è peggior connivente di chi non osa parlare. Vengo al dunque.
È stata diramata dal ministro degli Interni una direttiva con cui, di fatto, si danno più poteri ai prefetti nella gestione dell’ordine pubblico all’interno dei Comuni e delle città, esautorando talune competenze dei sindaci. Ci sono restrizioni al meccanismo, ma la sostanza resta, e, soprattutto sul piano psicologico e culturale, la direttiva si rivela devastante. Ai prefetti è demandato il compito, in sostituzione dei sindaci, di proteggere zone pericolose delle città da persone dedite ad attività illegali, mediante strumenti di natura straordinaria, di necessità e urgente. Un vero e proprio commissariamento dei primi cittadini, di fatto. I prefetti sono delineati come “custodi della sicurezza”, artificio linguistico che stride profondamente con un ruolo e una responsabilità ben diversi dalla semplice custodia. Il rimando al tempo del duce è del tutto ovvio. Vediamo perché. In epoca fascista con la legge del 3 aprile 1926, n. 660, furono estese le attribuzioni dei prefetti. Essi avrebbero dovuto assicurare «quell’unità di indirizzo politico» (testuali parole nell’art. 1 della legge), e, «quell’unità etica e politica dello Stato che è tra i capisaldi della dottrina e della politica del fascismo». Si converrà che c’è una differenza operativa tra la legge fascista e la direttiva salviniana, ma sono del parere che non vi sia alcuna differenza sul piano culturale e sul piano degli effetti. Qui s’annidano, infatti, sempre a mio parere, le “verità nascoste” a cui facevo prima riferimento.

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Salvini sta creando con pervicacia quel meccanismo di unità dottrinaria e di unità di indirizzo politico, scavando nelle menti dei cittadini e facendo passare il concetto dell’ordine sociale e della sicurezza conseguiti mediante rigorose applicazioni normative, richiami alla repressione come ratio culturale, e alla sicurezza tutta giocata sul profilo dell’intolleranza, della soppressione, dell’oppressione. Sono questi i termini dell’unità politica a cui vuole spingere tutto l’esecutivo e tutto il paese, sapendo molto bene che tutto ciò trova riscontro nella faciloneria popolare che mal comprende il nesso tra rigore, sicurezza, oppressione e progressiva perdita della tenuta democratica della Nazione. Perché di questo parliamo. Il ricorso al modello prefettizio, ossia al capo della burocrazia nazionale, chiamato ad un’applicazione pedissequa delle leggi e delle direttive, è uno stravolgimento persino del fantomatico contratto di governo, perché ingloba tutta la questione in un alveo strategico-repressivo, in un sistema punitivo che esautora i sindaci, la cui autonoma azione politica viene subordinata proprio al meccanismo repressivo. Un bel casotto, non c’è che dire! E che meriterebbe una lunga e attenta riflessione che si sposta dal versante storico a quello strettamente giuridico. Lascio ben volentieri ad altri questo compito, a patto che si comprenda bene che lo stravolgimento in atto è nella sensibilità collettiva, nell’humus del popolo, nella sua indole solidale. Qualcuno mi dirà: ma se abbiamo zone pericolose nelle città dobbiamo pure far qualcosa! Verissimo. Ma se i problemi sono il degrado e l’illegalità in varie aree delle nostre città, la risposta che si vuol dare qualifica un governo, un ministro e un paese. Se il ministro sceglie la via dura e repressiva, in sintonia col suo abituale modo di fare, ci fornisce un segnale preciso di come egli affronti il problema della sicurezza. Dal suo punto di vista c’è una sola via possibile: la sicurezza si declina come controllo repressivo affidato agli apparati dello Stato, la sicurezza è commissariare del tutto o in parte i sindaci, è eludere le reali ragioni del disagio sociale, è l’inibizione di aree a rischio. Qui esprimo tutto il mio dissenso. Sicurezza è altro. Significa aumentare la presenza delle forze dell’ordine con chiaro intento preventivo, e la prevenzione in uno Stato di diritto democratico è il primo atto saggio, che relega la punizione ad un livello subordinato. Sicurezza è dunque presenza dello Stato, ma anche di luoghi di associazione e di integrazione, è sinergia fra i giovani e le istituzioni, vuol dire creare lavoro legalizzato e non quello di molte aziende che sfruttano i malcapitati con pratiche fuorilegge (con un salario inferiore a quanto dichiarato in busta paga, per esempio). Sicurezza è lotta senza quartiere alla corruzione e alle associazioni malavitose, oramai dilaganti ovunque in Italia. Vuol dire creare una speranza di lavoro ai nostri giovani, aiutarli, non instillare nei loro animi il germe della repressione. Io denuncio il pericolo delle “verità nascoste”, perché il passo al manganello è molto, molto breve.