Scarichi killer nel Solofrana, istituzioni latitanti

Mancanza di una rete di collettamento efficiente, comportamenti illegali, uso di sostanze proibite nei processi di lavorazione industriale: gli enti preposti osservano ma non intervengono

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Le acque inquinate del torrente Solofrana, affluente del Sarno

Le immagini del torrente Solofrana presentate nel servizio di Massimiliano Amato e Carmine Rosamilia su salernosera.it del 12 giugno 2019 sono eloquentissime e non lasciano dubbi sulla scarsa efficacia del trattamento delle acque reflue civili e industriali nella valle. Il colore delle acque e la presenza di schiume sembrano certificare non solo il pessimo stato delle acque superficiali, ma anche il cattivo funzionamento dei principali impianti di depurazione di Solofra e di Costa.

Ma per capire cosa è che davvero non va dobbiamo conoscere il funzionamento del sistema depurativo, che può essere sintetizzato rapidamente: il distretto conciario di Solofra sversa le proprie acque di trattamento conciario nell’impianto di depurazione sito in sua prossimità. Qui esse subiscono un primo trattamento e vengono immesse nel collettore fognario dal quale, dopo l’attraversamento degli insediamenti residenziali di Montoro e di Mercato S. Severino, giungono al depuratore di Costa, ove subiscono un secondo trattamento.

I controlli ufficiali mostrano una qualità delle acque in uscita dal depuratore di Costa (e immesse nella Solofrana) generalmente conforme ai limiti di legge (dati pubblicati sul sito www.arpac.it). Se ne dovrebbe desumere che il ‘complesso depurativo Alto Sarno’ funziona, visto che le acque in uscita, malgrado il colore rosso ferroso (derivante presumibilmente da diversi ed eterogenei processi industriali attivi nel territorio) sono di qualità accettabile. Di conseguenza dovrebbero essere di buona qualità le acque transitanti nel torrente Solofrana, che oltre quelle trattate dai depuratori dovrebbero raccogliere solo acque sorgive e piovane.

Invece non è così, come attestano le immagini che il servizio ha rinviato e come provano gli esiti dei periodici blitz delle forze dell’ordine (gli ultimi di cui si rinviene traccia nelle cronache giornalistiche risalgono a febbraio e marzo scorsi).

Evidentemente qualcosa non funziona.

Se gli impianti depurano bene e le acque superficiali restano sporche ciò significa che non tutte le acque reflue prodotte nel bacino sono convogliate agli impianti di depurazione.

E qui i motivi possono essere soltanto due: l’incompletezza delle reti di collettamento pubbliche o l’interesse di chi scarica acque reflue a by-passare il collettamento agli impianti.

Chi non ha la possibilità di inviare le proprie acque reflue all’impianto per mancanza di collegamento è costretto ad occuparsi a sue spese della depurazione e ha tutto l’interesse ad abbattere il costo scaricando le acque sporche nel più vicino corso d’acqua e approfittando dei rovesci di pioggia per dissimulare la pratica. Di fronte a tale deprecabile fenomeno è comunque necessario che le istituzioni pubbliche intervengano assicurando il rapido completamento della rete di collettori immissari degli impianti di depurazione, in modo che tutti gli insediamenti produttivi e civili della valle ne siano ugualmente beneficiati. E purtroppo buona parte della rete di collettori progettata per il disinquinamento del Sarno all’inizio del secolo è rimasta incompiuta.

Ancora più inquietante è la seconda ipotesi: il produttore delle acque reflue può ben utilizzare la rete pubblica per raggiungere l’impianto di trattamento, ma preferisce comunque approfittare delle piogge per scaricare nei torrenti. Magari perché nei processi produttivi utilizza sostanze non proprio lecite, che portano le acque a superare i limiti di accettabilità previsti dalle norme per lo scarico in fogna pubblica.  E allora meglio sversare direttamente nei corsi d’acqua più vicini, confidando nel naturale lavacro delle piogge.

È ora che entrambe le ipotesi vengano finalmente scongiurate da un’azione mirata e sistematica delle istituzioni, attraverso una campagna di monitoraggio dello stato delle acque che consenta di risalire in maniera inequivoca agli autori delle immissioni illegali, responsabili comunque di un grave attentato contro l’ambiente e la salute pubblica.