Scuola, fermo l’ascensore sociale

Ecco perché è necessario dare importanza alle modalità di formazione delle classi: la tendenza, deleteria ad assecondare la pressione delle famiglie più abbienti per ottenere quella o quell'altra sezione, definita “social traking”, accentua le disuguaglianze, viola la legge e penalizza anche gli studenti “bravi”. Al Nord tale fenomeno è meno marcato

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La scuola italiana, secondo la ricerca dell’OCSE “Equity in education” (2018), non riesce a garantire le pari opportunità a tutti gli alunni: l’alta correlazione tra provenienza socio economica degli studenti e risultati scolastici conferma la difficoltà del nostro sistema di istruzione a garantire un’opportunità di riscatto sociale agli alunni provenienti da situazioni svantaggiate. E non basta. Lo svantaggio sociale pesa di più nelle regioni del Sud, che, secondo il Rapporto INVALSI 2018, mantengono il triste primato di una forte varianza tra scuole e tra classi: scuole ben attrezzate e con un corpo docente migliore e stabile accolgono mediamente studenti migliori. All’interno di ciascuna scuola, poi, la differenza tra classi è significativa, il che conferma la tendenza, già messa in luce dallo studio della Fondazione Agnelli nel 2011, a formare classi omogenee sia di basso che di alto livello.

Occoprre maggiore attenzione nella formazione delle classe per evitare divari di offerte formative e di risultati conseguiti

È significativo che, secondo il Rapporto INVALSI, nel Nord est, macroregione che ottiene i risultati migliori praticamente in tutte le prove e in tutti i livelli, le scuole e le classi presentino una varianza minore di risultati e le classi una maggiore eterogeneità: in altre parole non ci sono differenze rilevanti tra classi migliori e classi peggiori. Risultato notevole quando si pensi che il nord est è un’area a forte processo immigratorio: qui anche i risultati degli alunni stranieri risultano migliori di quelli delle altre aree del paese. Questo significa, inequivocabilmente, che una scuola equa e multiculturale è anche una scuola di qualità, che garantisce a una più ampia fascia di alunni la concreta possibilità di risalire la china rispetto alla condizione socio economica di partenza.
Ecco perché è quanto mai necessario che si dia la massima importanza alle modalità di formazione delle classi: la tendenza, assolutamente deleteria, ad assecondare la pressione delle famiglie più abbienti per ottenere quella o quell’altra sezione, e magari a costituire gruppi omogenei di studenti competenti, definita “social traking”, accentua le disuguaglianze, viola la legge e penalizza anche gli studenti “bravi”. Infatti, come provano sia la Fondazione Agnelli che i rapporti INVALSI, a parità di condizioni, le classi eterogenee hanno risultati migliori delle classi omogenee: la presenza di alunni in difficoltà non è un ostacolo all’apprendimento: anzi, lo migliora per tutti. Allora, soprattutto nel primo ciclo, ben venga il sorteggio per fasce di livello, anche se implica un rigoroso e puntuale lavoro preparatorio: visionare i documenti di valutazione degli alunni in ingresso, assegnare un voto medio a partire dalle valutazioni del primo quadrimestre, dividere gli alunni in fasce di livello, procedere al sorteggio dopo aver deciso la quantità di alunni per ciascuna fascia. Non solo è la legge che impone di formare classi eterogenee, ma la stessa pedagogia riconosce al confronto con la diversità un valore positivo sia per lo sviluppo della capacità di relazionarsi con tutti, che per lo sviluppo di comportamenti solidali e collaborativi.
La scuola è palestra di vita e non può abdicare al suo ruolo praticando la segregazione sociale, assecondando l’illusione classista di mettere al riparo i giovani da “cattive compagnie” o accogliendo il pregiudizio di garantire loro più alti livelli di apprendimento grazie alla frequentazione delle élites. Queste scelte rispondono a una logica meramente opportunistica e miope: le scuole tentano di non perdere alunni potenzialmente bravi, di evitare le possibili difficoltà legate all’eterogeneità socio culturale e alla necessità di farsi carico delle esigenze degli alunni svantaggiati, ma soprattutto nel Sud rinunciano al prioritario ruolo di rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale” che impediscono la piena realizzazione della persona umana e abdicano alla principale funzione dell’istruzione come motore della crescita culturale ed economica di un territorio già tanto penalizzato e in via di crescente marginalizzazione.