Se finiscono in rete storie carpite con dolo

Il frammento di una prova di esame all’Università Vanvitelli di Caserta finisce in internet e si diffonde velocemente, divenendo, come si dice in questi casi, virali.

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Il frammento di una prova di esame all’Università Vanvitelli di Caserta finisce in internet e si diffonde velocemente, divenendo, come si dice in questi casi, virali. Il video mostra una studentessa che non riesce a rispondere ad una domanda durante un esame di medicina, il professore che si agita, alzando palesemente la voce nei suoi confronti, e l’intervento della madre della studentessa che rimprovera il docente per i modi ed i toni utilizzati nei riguardi della figlia. Il video si interrompe e inizia il carosello dei commenti, delle opinioni, delle prese di posizione attraverso i canali social. In tanti si sono concentrati sulla dinamica dell’esame, sul comportamento del professore, sulla preparazione della studentessa o sull’opportunità dell’intervento della madre. A me sembra che sia passato in secondo piano il fatto fondamentale, che è questo: la diffusione di quel video è un atto di violenza. Totalmente gratuita, per giunta.
Non si tratta di violazione della privacy (o, almeno, non solo) o di una goliardata, tanto per ridere, come alcuni hanno scritto. La diffusione del video ha esposto i suoi protagonisti, del tutto ignari di quanto stesse accadendo, al pubblico giudizio, rendendoli oggetto di ogni tipo di commento o ghigno, del tutto inermi nei confronti di offese, giudizi, opinioni non richieste, proiettandoli in uno spazio di cattiveria a cui non possono sottrarsi. E non potranno mai più, perché per anni e anni quel video resterà fruibile attraverso la rete. Si tratta di un atto di violenza molto grave, probabilmente praticato da uno degli studenti che avrebbe dovuto sostenere l’esame (il video è l’esito non di una registrazione sulla piattaforma informatica attraverso cui si svolgeva dell’esame, ma di una ripresa dello schermo del computer effettuata con uno smartphone). Gli effetti di questa diffusione sono molto seri e sono tutti a discapito delle persone coinvolte, loro malgrado e a loro totale insaputa. Eppure, chi studia all’università ed è cresciuto nella società di internet e dei social dovrebbe essere in grado di capire che diffondere un video in cui una persona (la studentessa ripresa, nello specifico) viene derisa mentre si trova in difficoltà significa esercitare contro tale persona una violenza. Evidentemente, non è così: questa capacità non c’è in tutte le persone, né tanto meno è un’acquisizione da dare per scontata in chi è giovane di età. La mancanza di empatia e di attenzione ai sentimenti, alle condizioni e alle emozioni altrui è una caratteristica che appartiene a tante persone della società in cui viviamo e che diventa sempre più difficile da mettere in discussione. Sul rapporto studenti-docenti si può discutere, se ne possono evidenziare i limiti e le potenzialità, così come ci si può interrogare sul rapporto tra didattica e vita universitaria anche in tempi di rapporti di studio e insegnamento a distanza. In questa vicenda ad essere centrale non è questo, ma è l’uso che qualcuno si è sentito tranquillo di fare delle difficoltà altrui. Ad essere al centro della nostra attenzione dovrebbe essere questa mancanza di comprensione e la voglia di farlo sapere, con l’arroganza di chi ritiene che rendere pubbliche le debolezze altrui possa essere di interesse per altre persone. È su questo che bisognerebbe ragionare e confrontarsi collettivamente, anche dentro le università (come in alcuni contesti già avviene) e nei rapporti quotidiani tra docenti, studenti e studentesse, per rendere inclusivi gli atenei e i percorsi formativi e mettere da parte le logiche e le pratiche di prevaricazione e marginalizzazione, ma anche per rendere tali spazi contesti di confronto e miglioramento individuale e collettivo e non ambiti in cui a prevalere siano dinamiche e pratiche di sopraffazione.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno in edicola oggi)

Gennaro Avallone

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