Fortunato Cerlino, Se vuoi vivere felice, Torino, Einaudi, 2018

Dimenticate don Pietro Savastano, lo spietato boss della serie televisiva Gomorra a cui Fortunato Cerlino ha dato il volto. Il protagonista di Se vuoi vivere felice è invece un bambino che pure si chiama Fortunato, proprio come l’attore di Gomorra al suo esordio da scrittore con questo libro. Non cercate scorribande di ‘paranze’ tra vicoli e piazze di spaccio, racconti ambientati in una Napoli postmoderna a tinte cupe con la colonna sonora di neomelodici. C’è però la camorra che non è ancora diventata “sistema”; c’è “la gente di strada” che spaccia, rapina e ammazza ma almeno “rispetta gli onesti, i faticatori”. Il centro cittadino è lontano lasciando la scena a Pianura, negli anni Ottanta: subito dopo il terremoto, con la ricostruzione delle periferie e la speculazione edilizia, nell’euforia collettiva dell’estate magica del 1982, quella dell’“Italia Campione del Mondo”. Cresce qui Fortunato, in una casa troppo piccola per lui, i genitori, con i tre fratelli e la nonna. Fortunato soprannominato o’strologo, per il presuntuoso atteggiamento di chi crede di sapere sempre tutto. È sua la voce narrante, quella principale della storia che si costruisce su veri ricordi d’infanzia di Cerlino poi raccolti – in parte aggiustando le incongruenze temporali e geografiche – nel quaderno di cartapaglia custodito gelosamente dal personaggio di Fortunato bambino. “Mi sono affidato alla sua fantasia, alla sua immaginazione, alle sue emozioni”, rivela Fortunato (l’autore) nella nota di chiusura, “C’è di buono che si tratta di un romanzo, per cui nomi fatti e persone citati nel libro sono la rielaborazione di esperienze che in parte ho vissuto e in parte ho ricostruito”. E, dunque, se sono due le voci che raccontano, due sono almeno le ‘possibilità’ di lettura di Se vuoi vivere felice. In prima battuta, la scrittura autobiografica ottimamente trasformata da Cerlino in autofiction se si pensa ai tanti personaggi co-protagonisti: i genitori e fratelli, la vecchia nonna, il ladro Spaidermàn, gli amici d’infanzia Enzo ’O Liòn e Tonino naso ’e cane. Ma anche un romanzo di formazione, attraverso le vicende e le difficoltà quotidiane che segnano la vita del piccolo Fortunato: fare i conti con le ristrettezze economiche centellinando gli spiccioli per poter fare la spesa o per pagare il banchetto della prima comunione; portare soldi a casa facendo il venditore ambulante di verdura, di pomeriggio dopo aver finito i compiti; e però non saper resistere alla tentazione di un vizio, quello dei gettoni per i videogames nella sala-giochi del paese. Poi ci sono i sogni di un bambino – raccontati in una lingua che all’occorrenza sostituisce il dialetto con l’italiano – prodotti dal suo tempo (ancora senza cellulari e internet) e dal mondo che impara a conoscere dai libri, dalla radio e dalle prime “televisioni private”: diventare da grande, astronauta oppure attore o scrittore o anche cantante. E ci sono, infine, gli assordanti silenzi nelle storie narrate dai due Fortunato. Lunghi silenzi, sempre diversi tra loro ma tutti drammaticamente necessari gli uni agli altri: “Il silenzio della consapevolezza è diverso da quello dell’attesa. È più limpido, definitivo. Non lascia scampo. È la stessa differenza che c’è tra il silenzio di una stanza che accoglie una persona gravemente ammalata, e il silenzio di quella stanza quando la persona non c’è più. La speranza è un rumore di fondo: ma quando anche la speranza finisce, nessun rumore trova più spazio, E, allora, finalmente, arriva il silenzio, quello vero”.