Più tardi, nella primavera del 1965, quando comparve davanti a una commissione parlamentare d’inchiesta che voleva metterlo in stato d’accusa per contrabbando, interesse privato e abuso di potere, reati gravissimi per un politico e uomo di Stato, il senatore Giuseppe Trabucchi, democristiano eletto nel cattolicissimo Veneto, si espresse così: “Vi assicuro, non lo conoscevo, questo De Martino, anche se eravamo parlamentari dello stesso partito, l’avrò intravisto in qualche congresso, o nell’aula, ma non me lo ricordavo. Eppure mi sono commosso quando m’ha raccontato la storia della sua vita, questo ometto pelato che pure sembrava molto giovane, che era rimasto orfano dopo il colera di Napoli, e aveva un fratello sacerdote. M’ha fatto compassione. E ancora più di lui m’hanno fatto compassione i contadini della sua terra che erano rimasti senza lavoro, e che egli avrebbe portato nel Messico e nel Guatemala, a lavorare in nuove piantagioni, create con capitale italiano, generosamente anticipato da De Martino”.

Giuseppe Trabucchi

Parlava, Trabucchi, di Carmine De Martino, potente boss della Dc salernitana, il quale 5 anni prima, nel “terribile” 1960 delle proteste di piazza a Genova e nel resto del Paese contro il governo neocentrista di Fernando Tambroni appoggiato dai neofascisti del Msi, e della rivolta dei giovani con le magliette a righe, era riuscito a sottrarre al monopolio statale la licenza di coltivare e commercializzare tabacco al di fuori dei confini nazionali, e di importarlo poi in Italia a prezzo maggiorato. Secondo un mega rapporto redatto negli anni successivi dalla Guardia di Finanza di Roma e trasmesso alla Procura generale della Capitale che lo inoltrò al Parlamento, la deroga, che violava una mezza dozzina di leggi dello Stato, sarebbe stata rilasciata in virtù di un patto corruttivo fra il mite e pacioso Trabucchi, un omone dalla stazza ragguardevole, molto cattolico e noto negli ambienti politici romani per la sua idiosincrasia per le cravatte, ministro delle Finanze dei governi Tambroni e Fanfani III e IV (1960-1963) e il politico-imprenditore di Salerno.

Carmine De Martino

L’uomo che, anni prima, era riuscito a ingraziarsi persino l’inflessibile De Gasperi facendogli scoprire quanto fosse buona la celebre “zizzona” di Battipaglia. Un pactum sceleris che, secondo le Fiamme Gialle, avrebbe visto il primo nei panni del corrotto e il secondo in quelli del corruttore. In realtà, è più plausibile ritenere che si trattò solamente di un episodio di illecito finanziamento a un partito, la Democrazia cristiana, del quale entrambi facevano parte. Anzi, del primo, grande caso di finanziamento illecito alla politica della storia repubblicana. Che ebbe come epicentro le campagne della Piana del Sele, e in particolare il Tabacchificio S.a.i.m. – Azienda agricola Farinia, il cui rudere – vero monumento di archeologia industriale – è ancora ben visibile percorrendo la Strada Provinciale Aversana, che nel 1958 era entrato nella galassia delle Partecipazioni Statali con l’acquisizione da parte dell’Ati, l’Azienda Tabacchi di Stato presieduta dal potentissimo capo dei Monopoli, Pietro Cova. Un gran boiardo che faceva fare anticamera ai ministri.

I campi che dall’immediato dopoguerra avevano garantito circa la metà della produzione tabacchicola nazionale, erano rimasti di proprietà di De Martino. Il quale non fece in tempo a godersi la ricca plusvalenza incassata con la cessione della fabbrica (valutata dalla Guardia di Finanza nel famoso rapporto non più di 124 milioni, ma venduta per 460) perché, nella seconda metà del 1959, l’irruzione di un killer silenzioso e letale mandò all’aria l’armonia del suo impero imprenditoriale, faticosamente riconquistata con la dismissione di uno stabilimento ormai decotto. La peronospera, malattia micidiale, falciò in sei mesi i due terzi della produzione nazionale. Una sciagura. Ma De Martino non era un imprenditore, e nemmeno un democristiano, qualsiasi. Due anni prima, alle elezioni del 25 maggio 1958, aveva ribadito che, a Salerno, la Dc era lui: secondo eletto, con 76.283 voti, dietro Fiorentino Sullo, nel listone della Balena bianca della circoscrizione Benevento-Avellino-Salerno. Una potenza. Che conosceva bene le leve da muovere per uscire dalle difficoltà. Soprattutto, sapeva come muoverle. E in che direzione andare: e pazienza se, da quel momento in poi, le strade sue e del suo amico Cova si sarebbero ineluttabilmente divaricate.

Pietro Cova

L’operazione che il notabile scudocrociato salernitano mette in campo, infatti, punta al cuore del potere di Cova, uno che è stato messo lì, al vertice del Monopolio, nel 1947, addirittura da un ministro comunista, Fausto Gullo. Nel giro di qualche mese De Martino, che può vantare solide relazioni, politiche e d’affari, in Centro America, prende baracca e burattini e sposta tra Messico e Guatemala (con il cui presidente si fa fotografare in più di un’occasione pubblica) l’attività di imprenditore del tabacco. Dalla successiva ricostruzione della Finanza emergerà che in Messico ha creato una società, “Santa Maria de Mexico”, che anziché coltivarlo si è limitata ad acquistare il tabacco da produttori locali, mentre negli Stati Uniti ha fondato la Maryland Burley, sui cui conti bancari, accesi a Washington, ha fatto transitare i profitti della nuova attività. Che, in sostanza, è consistita, da un lato, nel sottrarre allo Stato l’esclusiva dei tabacchi e, dall’altro, nel rivendere allo stesso Monopolio e a prezzo maggiorato, tabacco coltivato e acquistato all’estero. Solo dal Messico, accerta la Finanza, De Martino ha importato in Italia “circa 65mila quintali di tabacco, pagato a un prezzo oscillante tra le 46 e le 48mila lire al quintale e rivenduto nel nostro Paese a 69mila lire al quintale”. Le Fiamme Gialle fanno pure il conto di quanto ci ha guadagnato. Una cifra enorme per l’epoca: un miliardo e 295 milioni di lire. Per costruire questa operazione De Martino ha “agganciato” (con le modalità descritte all’inizio di questa ricostruzione) il ministro delle Finanze, facendogli credere, come racconterà Cova nel 1965 davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta, “che il tabacco italiano era veramente distrutto, che ci sarebbero voluti 20 o 30 anni per ricominciare, che tanto valeva sbaraccare il Monopolio e trasferire le concessioni all’estero, convogliandovi il capitale privato”. Se oltre alla formidabile capacità di persuasione il deputato salernitano abbia utilizzato qualche altro argomento ancora più convincente per tirarsi dalla sua parte Trabucchi, non è dato saperlo con certezza. Non lo sapremo mai, per almeno due ragioni. La prima: la prematura morte di De Martino, avvenuta nel marzo del 1963, ha probabilmente impedito alle Fiamme gialle indagini una più approfondita ricerca di riscontri. La seconda, invece, rappresenta una pagina di storia parlamentare tra le più controverse della storia della cosiddetta Prima Repubblica.

Umberto Terracini

Quando, a luglio del 1964, il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Roma Luigi Di Giannantonio trasmette al Presidente della Camera il rapporto della Guardia di Finanza, Giuseppe Trabucchi è un semplice senatore. Il fascicolo viene immediatamente smistato alla Commissione Inquirente per i procedimenti di accusa, presieduta dal deputato democristiano siciliano Franco Restivo (che qualche anno dopo sarà ministro dell’Interno) e di cui fanno parte, tra gli altri, il deputato salernitano Francesco Cacciatore, del Psiup, e il “comandante Maurizio” della Resistenza, Ferruccio Parri, il primo Presidente del Consiglio dell’Italia Liberata. Al governo si è appena reinsediato un quadripartito Dc-Psi-Pri-Psdi. Presidente del Consiglio è Aldo Moro, vicepresidente Pietro Nenni. Le rivelazioni delle Fiamme Gialle guadagnano le prime pagine di tutti i quotidiani. Il mondo politico entra in fibrillazione. La Commissione d’inchiesta incaricata di decidere il destino di Trabucchi comincia subito i lavori. La Dc è schierata a favore del suo senatore, gli altri partiti della maggioranza, eccezion fatta per una parte del Psdi, si pronunciano per la messa in stato d’accusa. Alla fine, dopo una serie di audizioni (tra cui quelle citate di Cova e Trabucchi) e atti istruttori, la parola passa, il 14 luglio 1965, anniversario della Presa della Bastiglia, al Parlamento in seduta comune.  Agli atti parlamentari resterà per sempre lo straordinario, lucido, intervento di un padre della Repubblica: il comunista Umberto Terracini. Una “requisitoria” in punta di Diritto (Terracini, che da presidente della Assemblea costituente, ha firmato la Carta, è un giurista raffinato), pervasa da una grande tensione ideale, politica e morale. Un capolavoro che commuove l’aula: l’orazione di Terracini è un dirompente atto di accusa pubblico della commistione tra ruoli pubblici e affari. Una severa e rigorosa censura della perdita dell’innocenza della politica: la prima denuncia della “questione morale” nella storia del Parlamento repubblicano. Servirà a poco, purtroppo: alla fine, per un pugno di voti, non si raggiungerà la maggioranza richiesta per la messa in stato d’accusa e Trabucchi sarà “assolto”. Al momento del voto, registreranno le cronache giornalistiche il giorno dopo, erano assenti 49 parlamentari, tra cui nove dei firmatari dell’ordine del giorno con cui era stata richiesta la convocazione delle Camere in seduta congiunta.

Dal Quotidiano del Sud – L’altra voce della tua città del 15 ottobre 2020