Sfruttamento del lavoro nero, il Salernitano ai primi posti

Al 30 giugno presentate circa 3mila domande di emersione

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I dati appena pubblicati dal ministero dell’Interno sulle procedure di emersione dal lavoro irregolare confermano quanto si sapeva, anche se la propaganda politica lo nascondeva. L’ampia maggioranza delle persone immigrate prive di permesso di soggiorno è conosciuta alla società nazionale. Non è formata né da invisibili né da clandestini, ma da persone che lavorano soprattutto nelle famiglie italiane come collaboratrici familiari ed assistenti alle persone non autosufficienti. Sono le persone che sostituiscono lo Stato sociale che si è ritirato negli ultimi venti anni. Su 69.721 domande presentate dopo il primo mese di avvio delle procedure della cosiddetta sanatoria, 61.411, l’88%, sono nell’ambito del lavoro domestico. Praticamente, quasi tutte. Le altre 8.310 domande sono state presentate nel comparto agricolo.
La provincia di Salerno non fa eccezione rispetto al tipo di domande presentate. Nel territorio locale sono stati inviati 2.000 moduli per lavoro domestico e 684 per lavoro agricolo. La provincia di Salerno è tra quelle sul territorio nazionale con il più alto numero di domande di emersione. Essa si posiziona dopo Milano (9.707 domande inviate), Napoli (6.565), Roma (5.960), Caserta (2.256) e Torino (2.122) per quanto riguarda il lavoro domestico. E dopo Caserta (1.063 moduli inviati), Ragusa (779) e Latina (690) relativamente al lavoro agricolo. I primi dati confermano la rilevanza del lavoro domestico delle persone straniere nelle famiglie salernitane. Evidenziando, dunque, quanto sia insufficiente la rete dei servizi sociosanitari di sostegno alle famiglie, specialmente di quelle con componenti non autosufficienti al loro interno. Ma anche quanto sia fondamentale il lavoro di tante persone nelle case dei salernitani, sebbene prive di regolari documenti. I dati sul lavoro agricolo dicono che le province italiane in cui la presenza dei braccianti stranieri è più rilevante sono anche quelle in cui c’è la maggiore richiesta di emersione dal lavoro irregolare. Questo vuol dire che l’agricoltura, anche quella salernitana, continua ad essere interessata dal lavoro in nero, in particolare di una parte della popolazione immigrata. I dati non ci dicono quante delle domande presentate potrebbero rilevarsi una truffa per gli immigrati, come, purtroppo, è accaduto nelle due precedenti regolarizzazioni parziali del 2009 e del 2012. Ci dicono, però, che laddove c’è manodopera straniera in agricoltura, allora c’è anche una quota di occupazione in nero. Questo fatto si registra in modo evidente. Questo non vuol dire, ovviamente, che tutta l’agricoltura sia in nero. Anzi. In particolare nell’agricoltura della Piana del Sele, il nero non è tanto rilevante quanto, invece, lo è il lavoro grigio, cioè il non rispetto dei contratti, ad esempio con paghe inferiori a quelle previste. Tuttavia, una quota di nero risulta sempre presente e questa procedura di emersione, pubblicizzata come una sanatoria, lo ribadisce. Le domande inviate fino al 30 giugno non sono il totale, considerando che sarà possibile fare richiesta di regolarizzazione fino al 15 agosto. Tuttavia, dopo un mese dall’apertura della procedura, esse sono sicuramente un campione molto significativo. I dati disponibili ci parlano non solo di quanto sia diffuso il lavoro in nero nelle famiglie e aziende agricole salernitane e italiane e delle carenze delle politiche sociosanitarie specialmente nel salernitano, ma anche dei limiti fortissimi di questa regolarizzazione. Un provvedimento presentato dal Governo per combattere il cosiddetto caporalato e lo sfruttamento in agricoltura, che, in realtà, si sta dimostrando poco efficace da questo punto di vista. Ad usufruirne è stato, fino ad ora, il mondo delle lavoratrici domestiche straniere e delle famiglie che hanno bisogno di aiuto in casa. I fortissimi vincoli imposti alla regolarizzazione nel cosiddetto Decreto Rilancio e nel decreto interministeriale del 29 maggio rischiano di lasciare senza documenti, invece, proprio la parte di manodopera maggiormente esposta alle imprese che, in maniera criminale, si avvalgono del caporalato. Evidentemente, questa misura di emersione non è sufficiente per tutelare la manodopera immigrata priva di permesso di soggiorno ma, in ogni caso, attiva nella produzione della ricchezza nazionale.