Sicurezza sì, ma l’oscurantismo no

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Non può esserci il copyright di qualcuno sulla parola sicurezza, perché l’uomo nella sua lunga e travagliata storia ha sempre dovuto industriarsi per limitare le preoccupazioni per sé e la propria comunità. Proteggersi da qualcuno o da qualcosa è stato un bisogno che si è andato configurando da subito.

Il ministro dell’Interno Salvini propugnatore di una visione molto poco articolata e colta della sicurezza

Nel corso dei millenni sono state individuate le forme più adatte: le caverne, le palafitte, le mura dei castelli e delle città, insomma, in relazione al tempo storico, sono state escogitate le misure adeguate per evitare rappresaglie indesiderate. Con la nascita e il consolidamento degli Stati in età moderna, quello che era stato un problema individuale, delle famiglie, di una collettività, di una città o di un feudatario sui propri territori, è diventato una questione d’interesse generale, della quale le istituzioni pubbliche si sono dovute giustamente far carico. Prova ne è che le costituzioni, le dichiarazioni dei diritti, quelle d’indipendenza, hanno sempre contenuto uno specifico riferimento al tema della sicurezza dei sudditi, dei cittadini, dello Stato stesso. Provo a formulare due esempi, che andrebbero naturalmente storicizzati, ma che possono farci ben comprendere quanto la sicurezza sia stata sempre delineata come un obiettivo strategico degli Stati. La Costituzione americana del 1787, infatti, recita all’art. 3: “Il Governo è e deve essere istituito per la comune utilità, protezione e sicurezza del popolo della nazione o comunità”. L’art. 2 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 non è da meno: “Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione”. Dunque, nella prospettiva giuridica e culturale della Francia, la sicurezza rappresentava un diritto di natura dell’uomo, per cui prima ancora che essere un’azione da affidare ad un esecutivo, come nel caso americano, era un sacrosanto principio-cardine, al pari della lotta per la libertà. Con la complessità del mondo, le declinazioni e i campi di applicazione del concetto di sicurezza sono diventati davvero molto ampi e hanno finito per inglobare praticamente tutti i settori nei quali l’uomo opera e interagisce, o in cui lo Stato o qualsiasi altra istituzione intervenga. Così, si discute molto di sicurezza contro la criminalità, di quella ambientale, di quella sul lavoro, da ultimo, la sicurezza delle città a seguito dei processi di migrazione, che è diventato il problema più eclatante. Appare chiaro che la sicurezza sia un parametro fondamentale per la vita sociale; se facciamo bene caso, anche il nostro cellulare è dotato di una specifica funzione che rimanda alla sicurezza dei dati da possibili attacchi esterni. E oramai si parla tanto di cyber security, ovvero della necessità di protezione informatica. Di per sé la sicurezza non sarebbe un concetto da ideologizzare, in realtà, diventa nodale il senso che le viene dato e quali politiche s’intendono adottare per realizzarla. La differenza è nell’approccio culturale e politico, che resta il vero nocciolo della questione. Il criterio che sta passando, anche con il recente decreto, da chi ritiene di avere il copyright sulla sicurezza, è decisamente aggressivo, oscurantista, al limite del razzismo, spregiudicato nei termini e nella durezza, dispregiativo nei confronti del migrante, perché parte dal presupposto che egli sia solo un costo per lo Stato, costituisca un problema sociale, alimenti la criminalità e il degrado delle periferie urbane e rappresenti un affare per gli scafisti. Alcuni di questi problemi, intendiamoci, non sono falsi e immaginari, ma l’approccio culturale dovrebbe essere del tutto diverso e animare un’idea di sicurezza basata sulla concertazione solidale dell’intero corpo sociale del paese, sull’integrazione e non sull’ottuso respingimento, su un ordine pubblico cui affidare il controllo del territorio e la prevenzione, ma affiancati da politiche per il lavoro, da coesione in tutti i settori, dallo sport alla scuola, dove già sono in atto da tempo forme di integrazione e di supporto, e soprattutto da un linguaggio politico che non fomenti l’odio e il rancore sociale. Ma occorre anche saper denunciare le patologie che si riscontrano soprattutto nelle metropoli, perseguire i colpevoli di reati e condannarli. Uno stato di diritto deve fare affidamento sulla Costituzione e sulle sue leggi migliori, lì, la cattiveria, il ghigno di disprezzo e il razzismo non sono affatto contemplati.