Sono impraticabili i compromessi in favore di De Luca

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“Après moi le déluge!”. La frase è attribuita a Luigi XV in risposta alle esortazioni di madame Pompadour, dopo la sconfitta di Rossbach, a occuparsi attivamente degli affari dello Stato, onde affermare che senza di lui sarebbe stato il caos.
Probabilmente è nel carattere di una certa politica, spesso reazionaria, comunque conservatrice, o anche solo incapace di guardare al futuro, ritenere di essere necessaria a rischio di chi sa quali catastrofi. Tant’è che Marx interpretò la locuzione quale parola d’ordine dei capitalisti incuranti dell’avvenire dei lavoratori.
Se si vuole, è omologo dell’espressione francese l’invito di Montanelli agli elettori, nel 1976, quando si paventava il sorpasso della Balena Bianca da parte del Pci, a “turarsi il naso e votare DC”, senza la quale si sarebbe realizzato un rigido regime.
Qualcosa del genere è nell’invito del professore Cantillo alle forze della sinistra, interne ed esterne al Pd, a coalizzarsi e “attirare nel ragionevole compromesso le forze non-sovraniste, non-populiste disponibili (penso a una parte dei cinque stelle)”.
Nel discorso di Cantillo, il compromesso, in un vero elogio, appare essere proprio alla sinistra, portatrice delle istanze dei più deboli e, pertanto, necessitata a ricercare in loro nome unità al suo interno e possibili confluenze con gruppi diversi e pure rivolti a pareggiare le diseguaglianze sociali.
Ma ahimè i compromessi nobili appartengono al passato, a un’epoca in cui le fisionomie delle forze politiche erano tanto decise da consentire possibili accordi pur nella differenza e quando i progetti politici potevano attuarsi con verifiche progressive.
Nella realtà mutevole di oggi, senza orizzonti e possibili rotte, su quali contenuti è concepibile chiamare al compromesso? Del resto, a parte l’indicazione della difesa dei ceti deboli, i quali oggi oltretutto inneggiano ai Trump, ai Salvini, agli Erdogan, Cantillo non trova di meglio che invocare “compromessi programmatici intorno ad un unico candidato in grado di battere la destra e realizzare il programma comune”. Quanto desta sbigottimento è l’idea che il “candidato unico” sia Vincenzo De Luca il quale in questi anni si è mosso secondo i modi tipici delle tirannie attuali, per così dire postmoderne, prive cioè di disegni generali e rivolte solo allo statu quo e al potere, essendo stato, nella più personale decisività, incurante non solo dell’opposizione quanto dei suoi stessi alleati, del suo stesso partito. Se Cantillo avesse associato il “candidato unico” a una scelta politica e non personalistica, non avrebbe dovuto invitare al dialogo solo con “una parte dei cinque stelle”, ma perorare incontri di più ampio respiro anche a costo di sacrificare De Luca per un candidato unico ma diverso in un compromesso anche sull’interprete dell’eventuale programma. Personalizzare in De Luca, che gioca con De Mita, Mastella, Pomicino, D’Anna, l’antipopulismo e la difesa dei deboli francamente appare eccessivo. Ma tant’è, chi, come accade ai tiranni, tende a muovere da solo il mondo, il paese, una regione, è destinato a rimanere solo sì che, invocare quelle componenti politiche, che sono state persino combattute, al compromesso appare essere senza senso tanto più che una forza autenticamente popolare e non populista può rigenerarsi in Campania proprio accantonando il dispotismo di De Luca manifesto anche nella sua chiusa corte. Cantillo è stato un acuto lettore di Hegel e ogni filosofo dialettico, rivolto a sintesi progressive, non è mai estremo o estremista. Si ricorderà che Croce, non essendo docente universitario, non fu chiamato al giuramento di fedeltà al regime, ma convinse, pare, Luigi Einaudi ad accettare il compromesso e giurare, senza fare l’eroe contro il forte regime da combattere dall’interno. Proposito meritevole certo, ma a decidere la storia furono gli alleati e i partigiani.