Spettacoli e fiere, fiume di soldi per compiacere il principe

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Un osservatore distratto che transitasse nel periodo estivo in Campania e, in particolare, nella estesa provincia di Salerno, ammaliato dalle aspre e materne insenature delle sue coste e da un sottofondo indistinto di voci in perpetuo movimento, vivrebbe la suggestione di ritrovarsi in un’enclave prodigiosa, nella quale la cultura e i beni dello spirito abbiano finalmente trovato una casa costruita sulla roccia. E, ignaro del cemento che divora la pianura, del malessere che corrode le periferie, del malinconico abbandono di borghi collinari e montani, penserebbe che in quella evangelica dimora la Costituzione sia attuata perlomeno in uno dei suoi valori fondativi. L’incantesimo, però, si dissolverebbe ben presto: andando per festival e per sagre, il nostro visitatore scoprirebbe infatti di essere bombardato da immagini fatue sullo schermo delle illusioni o di “risorse di scampo” per dirla con Bufalino. Scoprirebbe cioè che la casa non è costruita sulla roccia, perché, semplicemente, la casa non c’è. E il motivo è semplice: l’attività intellettuale è per definizione libera e liberatrice. Al carro di interessi di altra natura, diventa il prolungamento dell’azione politica ed economica; nulla di più lontano, quindi, dal valore costituzionale conferito ai beni immateriali e d’ingegno e molto meno di una banale volgarizzazione dell’hegeliana astuzia della ragione: qui le passioni non preparano il trionfo del libero pensiero ma alimentano le immagini di plastica di un grande Truman Show.
Se la cultura, o per meglio dire la sua rappresentazione, diventa la celebrazione del ceto dirigente, con una classe di proponenti quasi mai pensanti ma calati nel ruolo di fedeli missi dominici alle dipendenze di chi li foraggia, finisce col deprivarsi di ogni valore, divenendo parte di un meccanismo ricorsivo. La proliferazione di attraenti vetrine di botteghe vuote agita messaggi di propaganda che sono espressione monolitica della sola volontà del committente, nell’azzeramento di ogni principio dialettico e, dunque, di ogni processo di sviluppo culturale. Eppure, in Campania, le iniziative di vetrina sono presentate come manifestazioni di rinascita e vitalità intellettuale: in un clima di protezionismo che nulla concede a chi non sia allineato al cliché del verbo dominante, decine di milioni di euro vengono elargite per divertissement di inutile lusso, che sequestrano le idee nell’area commercialmente protetta di chi le lavora e le inscatola, con asservimento spregiudicato e funzionale al regime.
Nell’attuale orgia organizzativa, alimentata dalla stasi pandemica, la Regione Campania conquista una centralità egemonica. Il suo principale strumento operativo è la Scabec spa, società in house nata formalmente per la valorizzazione e promozione dei beni culturali, di fatto una cassaforte alla quale si attinge soltanto se si è nel circuito funzionale e gerarchizzato del Monstre di Santa Lucia. Il che significa, soprattutto, essere disponibili a recedere dall’idea dell’arte e della cultura libere, declassando la creatività, con generosa acquiescenza, a semplice tecnica applicativa del potere politico. Non per nulla al vertice della struttura compare da qualche anno uno scodinzolante attendente del capo. Un meccanismo, questo del controllo politicamente oculato dei finanziamenti, che fa pendere le bilance organizzative dei maggiori festival e delle più seguite rassegne dalla parte delle obbligazioni assunte e non dell’autonomia artistica e della qualità delle proposte.

I vincoli del padrone finanziatore si sono avvertiti a Ravello, dove il direttore artistico Antonio Scurati aveva invitato due ospiti non graditi al non troppo occulto e onnivoro Gestore (lesa maestà!). Gli organismi della Fondazione, che promuove un costosissimo e ormai inutile festival, hanno difeso l’obbligazione assunta con il finanziatore e non la libertà intellettuale e organizzativa di Scurati, facendo ricorso a barocchismi linguistici e motivazioni risibili, tanto più perché a Ravello da anni si è dissolto il rigore filologico dei festival wagneriani, dando spazio a iniziative di vario livello, a volte anche dubbio. Scurati è andato via ancor prima di iniziare. Si è addensata, così, intorno alla città della musica, una evidente e cacofonica disarmonia, che pone inquietanti interrogativi sull’impiego di milioni di euro per un’impalcatura edificata con il fine di produrre conformismo, complice una folta schiera di operosi camaleonti.
Nei giorni dell’addio di Scurati, a Salerno si svolgeva la rassegna dedicata da qualche anno alla letteratura, altro calderone di proposte disomogenee, innanzitutto dal punto di vista qualitativo, tarate su un grande vuoto di idee e senza un’apprezzabile autonomia di linguaggio. Un format sperimentato altrove e adagiato da un’improvvisata e disinvolta signora salernitana su un tessuto sociale altrettanto improvvisato, che lo vive, nella maggior parte dei casi, come un’occasione mondana e salottiera. A conferma dell’appiattimento e del vuoto cosmico che anima le iniziative culturali del Salernitano, i tre direttori artistici non hanno avuto un moto di sdegno per quanto accaduto a venti chilometri di distanza, a un collega che è peraltro uno scrittore di riconosciuto valore, da anni adottato come concittadino dalla Costiera amalfitana. Ma, come si sa, pecunia non olet. Anche in questo caso i soldi della Regione, che hanno contribuito a finanziare la settimana dell’ebbrezza letteraria salernitana, dove anche il delfino del rais ha avuto la sua ribalta mediatica, hanno assassinato senza vergogna la libertà culturale. Protagonisti e comprimari sono tutti caduti nella seduzione di un potere fondato sull’educazione alla genuflessione e non al confronto critico e costruttivo. È dunque evidente la premessa della scommessa in gioco: svuotare e addomesticare ogni iniziativa per poi iscriverla, con ipocrisia, nel registro delle proposte culturali. Operazione condotta in nome del politicamente corretto e con la benedizione di un progressismo alimentato dalla esteriorità di battaglie ideologiche e petizioni di principio. Non ci si può quindi meravigliare del fatto che alla direzione artistica della rassegna musicale organizzata nella Reggia di Caserta, che vedrà ospite Riccardo Muti, sia stato designato il fido trombonista salernitano, beneficiario della fiducia incondizionata del principe. Motivi diversamente nobili inducono, invece, a foraggiare con milioni di euro uno stanco festival a Giffoni Valle Piana, che in 50 anni non ha prodotto alcun significativo cambiamento per l’evoluzione del territorio, passato dalle rimesse degli emigranti a quelle di un’orgia consumistica che lo proietta, per qualche giorno all’anno, in una fatua evidenza mediatica, alimentata dal coinvolgimento estemporaneo di personaggi celebri. Eppure con la Cultura, se autenticamente intesa, si può mangiare e fare molto di più. A Polignano, in Puglia, un festival letterario nato venti anni fa e progettato su misura per le caratteristiche di quella zona ne ha modificato l’economia: laddove c’era un solo B&B, oggi ce ne sono 400; le librerie, in precedenza assenti, sono diventate tre e si vive di cultura per l’intero anno, con scambi formativi che hanno ribaltato il profilo anche antropologico di un popolo in cammino.
Nella nostra terra infelix, invece, fiumi di denaro pubblico sono impiegati per iniettare l’oppio dell’ “orgoglio campano” che alimenta un malinteso neoborbonismo, le sagrette, gli autori alla ribalta, i premi e i riconoscimenti autoreferenziali, complice una società che preferisce continuare a chiudere gli occhi sull’immobilismo in cui ristagna da secoli. Il denaro pubblico dovrebbe attivare meccanismi di crescita, di edificazione collettiva, rimuovendo ostacoli socio-culturali che frenano l’acquisizione di un’identità matura. Invece l’ente diventa di fatto impresario, la massa si tribalizza e la società borghese non si scandalizza di fronte ai fasti della “casa” del principe, dai costi esorbitanti e ingiustificati, come nel caso della programmazione del Verdi di Salerno, altra vetrina spot. «Restassimo anche muti e quieti come sassi», affermava Sartre, «la nostra passività sarebbe ugualmente un’azione». In Campania non vi è però neppure la decenza del silenzio, giacché l’oltraggio contro la cultura viene mistificato ed esaltato dagli intellettuali di corte. Per questo, come vox clamantis in deserto, non possiamo fare altro che continuare a urlare con forza la verità, attivandoci per la difesa delle idee dai pericoli che le assediano.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno in edicola oggi)