I nuovi dati sulla perdita di abitanti delle regioni meridionali e, tra queste, soprattutto della Regione Campania negli ultimi dieci anni confermano quanto si sa da tempo: le persone, non solo giovani, vanno via e scappano da quei territori che più di altri hanno pagato la crisi economico-finanziaria in atto dal 2008. Agli inizi della crisi si diceva che questa avrebbe investito soprattutto le regioni settentrionali, le loro industrie, mentre il Sud, in virtù della sua maggiore debolezza, avrebbe sofferto di meno. Ovviamente, ci siamo trovati da subito di fronte ad un’analisi di comodo, errata, infondata. Il tessuto industriale meridionale e specialmente campano ha risentito moltissimo della crisi e dove non sono intervenuti gli ammortizzatori sociali sono arrivate le chiusure nel silenzio o i ridimensionamenti produttivi, con i relativi licenziamenti. E questa tendenza non si è arrestata. Anche in provincia di Salerno i pochi impianti industriali ancora attivi dieci anni fa sono quasi del tutto scomparsi.
Di fronte a questa tendenza, che ha ridotto la produzione industriale meridionale del 27% tra il 2008 ed il 2016, secondo i dati dello Svimez, mentre nel resto d’Italia tale flessione era stata del 9,7%, le risposte da parte delle politiche sono state poche e scarsamente incisive. Certo, dal 2017 la produzione industriale è ripresa, si registrano dati positivi, ma questo è accaduto dopo che quasi un terzo dell’economia industriale del Sud è scomparso. Le persone, ovviamente, non possono aspettare i tempi delle politiche economiche, né subire le sorti delle crisi senza far nulla. Le persone si muovono, si organizzano. E, così, una parte ha pensato e, poi, deciso di andare a cercare un futuro fuori, verso il Nord d’Italia o altri paesi.
Ancora una volta le popolazioni meridionali hanno trovato nell’emigrazione una strada possibile. Questa fuga si è realizzata, e continua a realizzarsi, mentre la propaganda politica ha accentuato le spinte nazionalistiche, xenofobe, razziste. Alla realtà dell’emigrazione di massa, si è risposto con le illusioni dell’impossibile chiusura nei confini nazionali. Alla fuga verso l’estero di tanti e tante meridionali si è fatto finta di proporre la soluzione dell’orgoglio nazionale, inventandosi l’idea della fuga dei cervelli, mentre, in realtà, tanti vanno a svolgere a Londra, Amsterdam, Berlino lavori operai, spesso, classicamente per l’emigrazione italiana, nei settori della ristorazione.
La realtà, però, è più forte delle fantasie e della propaganda. E i dati, così come le storie di tante persone, continuano a confermare l’emigrazione meridionale. Un’emigrazione, spesso, operaia o che diventa operaia nei luoghi di insediamento. È un’emigrazione che non ha bisogno di propaganda, odio nazionalistico, chiusure xenofobe o stupide esaltazioni del genio italiano, per cui tutti gli emigranti meridionali sarebbero geni in fuga. Al contrario, è un’emigrazione che richiede attenzione all’economia industriale meridionale e, insieme, il sostegno da parte dello stato italiano agli Stati dell’Unione Europea che non discriminano i cittadini stranieri che migrano, garantendo anche ad essi le loro misure di assistenza e Stato sociale.