Sulla via di Emmaus Dio è in agguato

La liturgia della Parola di domenica 26 aprile

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Il capitolo 24 del vangelo di Luca è una lirica pagina che attrae per la densità delle emozioni descritte, per le parole pronunziate, per le mani gesticolanti esaltate dai colori di Caravaggio, per i volti che riflettono l’evoluzione dei sentimenti mentre i due discepoli dalla tristezza lentamente passano alla gioia. Protagonista è il Signore nostro vicino nel pellegrinaggio della vita, anche quando non sappiamo vederlo. La decisione di ritornare a Gerusalemme per la missione dell’annunzio è presa nella locanda di Emmaus dove due discepoli intravedono il Risorto. Il viaggio insieme era iniziato pensando alle delusioni e ai sogni suscitati da una esperienza unica con una persona speciale. Ma di quei giorni di luce e di gloria non era rimasto nulla, se non il cadavere di un crocifisso in una tomba sigillata. I due sono delusi, si scambiano commenti nel descrivere eventi di cui sono stati testimoni: cattura e condanna hanno cancellato ogni speranza di essere partecipi di una grande storia. Si sentono frustrati: era un profeta, compiva azioni colme di significato, ma i sacerdoti l’hanno consegnato ai romani, che l’hanno crocifisso. Sono ormai tre giorni, Gesù è morto per sempre; la vita di discepoli non ha più senso. Alla comunità del Nazareno non rimane che sciogliersi.
Cleopa e l’amico stanno ritornando a casa. Chiusi nei loro pensieri di dolore s’imbattono in un viandante che mostra partecipe empatia e così stimola un barlume di speranza mentre spiega il significato da dare al Messia sconfitto, esegesi che conferisce senso persino alla croce. Le parole scuotono i due; il loro cuore ricomincia a battere di ardore, contagiato dalle affermazioni dello sconosciuto. La coinvolgente esperienza accende il desiderio di continuare a godere della sua compagnia, perciò lo invitano a restare anche perché si fa sera. Entrati nella locanda, inizia il rito della fraterna ospitalità di un pasto frugale durante il quale lo straniero compie un inconfondibile gesto: spezza il pane per condividerlo. Gli occhi di Cleopa e del compagno si aprono; riconoscono Gesù nel momento che scompare, ma rimane con loro pur se invisibile perché ormai non è più assente.
Con questo capitolo finale l’evangelista risponde alle domande: qual è la meta per l’umanità; la verità dell’uomo e del mondo; é possibile fidarsi di Dio. Lungo la strada il Signore è presente anche se nascosto. La Parola diventa pane spezzato e gli occhi si aprono: non è solo un ricordo, ma legame che fa accogliere il Verbo che riscalda il cuore. Il pane ricevuto è Cristo, la conoscenza autentica di Dio dona la vita; tutto aiuta a riconoscere il Vivente, culmine della rivelazione che si comprende a pieno solo se si prende e si mangia.
Nell’attuale contingenza, col giorno che sembra al tramonto, ripetiamo l’eloquente gesto fatto da Gesù nell’ultima cena e i nostri occhi riconosceranno il Risorto perché impegnati a ricordare e celebrare la sua presenza. Egli non si stanca di donarsi perché ama e perdona. Cerchiamo l’incontro personale con lui per riconsegnargli la nostra speranza. Così il Risorto si fa riconoscere e illumina il nostro cammino, risolve dubbi, vince perplessità, risponde ad interrogativi e soddisfa desideri. Mentre si spezza il pane della solidarietà rinasce la voglia di vivere, ripartire senza indugio, sentirsi risorgere superando la paura della notte, del buio, del tragitto senza meta. Gesù cammina con noi e muove la storia che torna a sperare superando nostalgie e rimpianti perché egli è il presente del futuro che inebria del profumo del pane la casa degli uomini. Infatti, tutte le strade portano ad Emmaus dove, come scrive Mouriac, ad un incrocio Dio è in agguato.