L’on. Fiorentino Sullo, ministro dei Lavori pubblici nel primo governo di centro-sinistra, diretto dall’on. Fanfani, ha raccolto nel volume “Lo Scandalo Urbanistico” (Firenze, Vallecchi 1964) la documentazione del sorgere e del tramontare in seno alla DC delle illusioni riformatrici nel campo dell’urbanistica. È una parabola che inizia dal congresso di Napoli e dalla successiva formazione del governo Fanfani, che ha il suo corso più rapido e ascendente durante l’estate del 1962, raggiunge il punto più elevato alla fine di settembre, al Congresso ideologico della Democrazia cristiana a San Pellegrino e, subito dopo, inverte la propria direzione e precipita miseramente insieme, del resto, a tutto il castello programmatico del primo governo di centrosinistra. L’on. Sullo, parlando a San Pellegrino non lesinava l’audacia delle sue affermazioni: “La legge urbanistica sarebbe più rivoluzionaria, non dirò della legge di nazionalizzazione dell’industria elettrica, che è proprio nulla rispetto a una seria legge urbanistica, ma persino della legge di riforma agraria”, ed individuando possibile una prossima soluzione aggiungeva: “Sarebbe veramente una grande vittoria per la Democrazia cristiana se non aspettasse altre legislature per porre a fuoco questo problema sotto la pressione di altre forze politiche”. Non sappiamo fino a che punto l’on. Sullo, pronunciando queste parole, si cullasse nelle sue generose illusioni, ovvero intendesse, così, di esercitare una pressione sulle potenti forze che già si erano messe in movimento (e lui lo sapeva) per insabbiare lo schema di una nuova legge urbanistica che, durante l’estate, era stato approntato   di studio da lui stesso nominata. Dalla lettura attenta della sua prefazione e dal riscontro dei documenti raccolti nel volume risulta però in modo inoppugnabile che, mentre egli pronunciava le parole che abbiamo sopra riportate, aveva già rinunciato a parte del suo programma ed aveva avuto anche numerose occasioni di registrare segni non equivoci di resistenza ed opposizioni insuperabili”. Così, sulla Rinascita del 25 aprile 1964, non senza una punta di ingenerosità (Fiorentino Sullo difese sempre a spada tratta l’impianto originario della “sua” legge) Aldo Natoli sintetizzava la parabola dello schema di riforma urbanistica dello statista irpino che avrebbe potuto cambiare il corso della storia italiana, e invece fu affossato dal partito traversale della rendita fondiaria e del cemento, del quale la destra Dc rappresentava il principale terminale nel governo del Paese.

In occasione del centenario della nascita di Fiorentino Sullo (che cade lunedì prossimo, 29 marzo) molti ricorderanno il grande impegno per la rinascita del Mezzogiorno, sviluppatosi negli anni che vanno dal 1943 al 1958, e che come ha ricordato Pierluigi Totaro in un pregevole studio, “Modernizzazione e Potere locale” (Napoli, 2012), rappresentò un efficace punto di sintesi e di incontro tra il meridionalismo di matrice sturziana e l’elaborazione laica di un altro grande irpino, Guido Dorso, prematuramente scomparso nel 1947. Altri ancora ricostruiranno il suo complicato rapporto con la Dc sfociato a un certo punto in una clamorosa rottura, seguita poi da un altrettanto clamoroso ritorno. Troppo forte è, però, una suggestione legata a un dato biografico che può apparire insignificante e invece riassume quasi per intero la sua traiettoria di visionario lucidissimo nelle idee e nei propositi, sconfitto, ma non vinto, dalla piega presa dalla storia italiana dopo il rapido tramonto della grande utopia riformatrice dei primissimi anni Sessanta. Il fatto cioè che egli abbia trascorso l’ultimo tratto della sua vita e sia morto, all’inizio del nuovo millennio, nella città campana – Salerno – che negli stessi anni del suo crepuscolo si avviava a diventare uno dei luoghi simbolo, non solo nel Sud Italia, di ciò che il suo progetto di riforma urbanistica del 1962 puntava a scongiurare. Il trionfo del cemento legato alla speculazione edilizia privata. Era successo che, sette anni prima che lo statista irpino morisse, nel 1993, uno degli ultimi epigoni di quello stesso partito in cui nel 1964 militava Natoli, e di cui Rinascita era uno degli organi di stampa, appena salito al potere, tra tutte le categorie economiche presenti in città aveva adottato quella dei costruttori. Con un programma che si racchiudeva in un’esortazione: “Arricchitevi”. E così è stato. Più che un’altra storia, esattamente la stessa storia che, 30 anni prima, aveva portato alla sconfitta di Sullo.

Quando, nel 1962, da ministro dei Lavori Pubblici del IV governo Fanfani, Fiorentino Sullo presenta la sua bozza di Riforma Urbanistica, l’Italia sta mutando pelle. Da paese prevalentemente agricolo è diventato una potenza industriale, e alla trasformazione della struttura economica corrisponde una tendenza del “neocapitalismo”, studiato in due storici convegni dei maggiori partiti politici (la Dc a settembre del 1961 San Pellegrino, il Pci a marzo del ’62 all’Istituto Gramsci), che nei due decenni successivi si cercherà di arginare con interventi legislativi, ma che mostra fin da subito caratteristiche aggressive. E’ il boom dell’edilizia privata, basato su un assalto indiscriminato alle aree libere da parte dei costruttori. Le città, soprattutto nelle periferie, cambiano completamente volto. Il processo si è messo in moto già nella seconda metà degli anni Cinquanta, ma la politica arriva molto tardi a manifestare coscienza della sua pericolosità. Anzi, in alcuni casi, la ignora deliberatamente: è in quel periodo che pezzi importanti dei partiti governativi sottoscrivono un tacito pactum sceleris con i costruttori. Di contro, agli albori dei Sessanta, ancor prima del varo del primo governo di centro-sinistra organico, va affermandosi la consapevolezza che “lo sforzo riformatore” che le mutate condizioni storico-economiche del Paese richiedono alla politica – e che dovrebbe avere il suo fulcro nella cosiddetta “programmazione economica”, basato sulla presenza pianificatrice dello Stato nell’economia – non possa prescindere da interventi regolamentativi profondi e radicali anche in questo specifico settore. Sullo, dunque, si fa carico di un’esigenza cruciale, che dagli ambienti tecnici (architetti, ingegneri, geologi) più avvertiti e progressisti, dilaga nel dibattito politico e in quello culturale. Con il quarto esecutivo a guida Fanfani, che si regge sull’astensione (e non ancora la partecipazione) dei socialisti, lo schieramento riformatore ottiene le vittorie più importanti: la scuola media unificata, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, imposta dalla coriacea determinazione del socialista Riccardo Lombardi, e tutta una serie di provvedimenti meno pubblicizzati ma non per questo poco significativi, come la creazione della prima commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, l’attenuazione della censura, l’istituzione del presalario universitario, la legge che sancisce la possibilità per le donne di accedere a tutti gli impieghi compresa la magistratura. E la tassazione della proprietà edilizia, che, alla fine, è quel che resta (molto poco, quasi niente) del grande progetto di riforma elaborato dallo statista di Paternopoli con la consulenza di giuristi, economisti, sociologi. La parte più “rivoluzionaria” della riforma era la profonda modifica del regime proprietario delle aree: di proprietà privata sarebbe rimasta soltanto una parte delle aree edificate, le altre aree – edificate o edificabili – sarebbero dovute passare gradualmente in proprietà dei comuni, che avrebbero ceduto ai privati il diritto di superficie per le utilizzazioni previste dai dispositivi programmatori (piano regionale, piano comprensoriale, piano regolatore comunale e piano particolareggiato). Per affossare il disegno di legge, la destra Dc e confindustriale fece passare il messaggio (il primo organo di stampa a prestarsi fu Il Tempo di Roma) che Sullo voleva confiscare la casa agli italiani.  “A casa mia, con un senso di sgomento e di smarrimento più che di curiosità, miei parenti stretti mi chiesero, anche essi, se volessi togliere loro davvero la casa – avrebbe dichiarato più tardi il ministro. – Ed io, confesso, non sapevo più come difendermi da una allucinazione generale: non bastava a difendermi il tentativo di spiegare gli errori giuridici degli oppositori, né il rammentare che in Parlamento, nell’ottobre 1962, avevo dichiarato che del diritto di superficie si sarebbe potuto fare a meno”. Anziché consentirgli di spiegarsi, magari in televisione, la Dc preferì scaricare il suo ministro. Con una “dolorosa nota” del 13 aprile 1963, 15 giorni prima del turno elettorale di quell’anno, “Il Popolo” comunicava che il partito dissociava la propria responsabilità dall’operato di Sullo. “Se i lavoratori non erano sufficientemente mobilitati a favore della legge, la mobilitazione dei proprietari di case era invece massiccia”, avrebbe commentato il ministro. Il mondo della cultura non restò insensibile, anzi. In quello stesso anno, il 1963, nelle sale cinematografiche arrivò “Le mani sulla città” di Francesco Rosi, che attraverso il personaggio di Edoardo Nottola raccontava la figura del costruttore rapace che con la complicità della politica si arricchisce seppellendo Napoli sotto un’autentica colata di cemento. E Einaudi riportò in libreria “La speculazione edilizia”, ferocissimo pamphlet sotto forma di romanzo breve che Italo Calvino aveva scritto due anni prima, nel 1961, ambientandolo nella sua Rapallo sfregiata dal cemento selvaggio. Ne nacque un termine, “rapallizzazione”, che da allora definisce l’attacco indiscriminato al territorio.

Da “Il Quotidiano del Sud – L’altra voce della tua città