Tagli alla ricerca, l’Italia sempre più povera

Nel mondo universitario e nei vari comparti della ricerca regna da anni una sorta di letargo, di indifferenza e di rassegnazione che spengono sul nascere ogni protesta e ogni opposizione e così tutto viene ingoiato: i tagli, il blocco delle carriere, il precariato, la dittatura dell’Anvur e l’ideologia dei logaritmi

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L’ultimo colpo mortale inferto al sistema universitario italiano – tanto nella parte riguardante la didattica quanto in quello della ricerca – è il taglio del miliardo che il ministro Fioramonti aveva chiesto per ridare ossigeno a un corpo ormai stremato che rischia seriamente la sopravvivenza. Già rispetto agli ultimi anni si è assistito al progressivo ridimensionamento del numero di docenti e ricercatori (questi ultimi tra l’altro sono per oltre il 50% precari in attesa di sistemazione) e non si sa se saranno reperite risorse per gli studenti meritevoli. Che il governo voglia abbandonare a sé stessi migliaia e migliaia di docenti precari è prova di grave insipienza e ancor più di vero e proprio sfruttamento del lavoro a basso costo, ma ancora più grave per non dire incosciente e autolesionista è il taglio che riguarda la ricerca sia di base che avanzata. La mancata erogazione dei fondi necessari per la ricerca (ormai in decrescita continua da oltre dieci anni) – ed è questa la scelta veramente suicida – non colpisce solo i diretti interessati, cioè i docenti e i ricercatori, ma l’intero paese che grazie ai risultati della ricerca scientifica e tecnologica potrebbe guadagnare sviluppo e benessere economico, ma anche porre un freno alla diaspora verso l’estero di tanti giovani ricercatori e docenti precari. E così, come ha osservato un grande scienziato Andrea Ballabio direttore dell’istituto Telethon di Genetica e Medicina di Pozzuoli, il paese “si sta impoverendo sempre più di giovani e come è possibile che il governo non lo capisca? (…) Si parla di fuga dei cervelli, ma in verità i cervelli sono messi in fuga da una strategia miope dello Stato”. Come giustamente hanno osservato scienziati e docenti universitari – a partire dal Rettore della “Federico II” Manfredi che è anche presidente della conferenza dei rettori – la non scelta del governo, peraltro presieduto da un professore universitario, rasenta una ipocrita miopia, specialmente quando periodicamente – con la pubblicazione annuale di dati e tabelle di raffronto – si griderà allo scandalo per la perdita progressiva di posizioni delle università italiane rispetto alle altre nazioni europee. Per non parlare poi dello squilibrio tutto interno al nostro paese tra le università del Nord e quelle del Sud. Giorgio Parisi, attuale Presidente dell’Accademia dei Lincei, si fece promotore alcuni anni fa di una petizione, che su Change.org raccolse oltre 200.000 firme, nella quale si chiedeva all’Unione Europea di intervenire presso gli Stati membri affinché si incrementassero i finanziamenti per la ricerca. Non so se l’appello ebbe risultati concreti, so per certo che il governo italiano lo ignorò. Parisi è ora intervenuto in una intervista rilasciata al “Mattino” per dichiarare senza mezzi termini che se le cifre rimarranno quelle indicate, “non saremo in grado di fermare il flusso di emigrazione intellettuale con conseguenze gravissime”. Parisi tra l’altro segnala il paradosso di impegni di spesa per la formazione di dottori di ricerca e di laureati che nel momento in cui emigrano regalano alle nazioni estere un nostro investimento. Ed il conto sarà ancora più salato per le università e i centri di ricerca meridionali e così appare in tutta la sua evidenza “l’ipocrisia della politica che indica nella ricerca una priorità fondamentale e poi opera tagli scandalosi”. Il fatto vero è che nel mondo universitario e nei vari comparti della ricerca regna da anni una sorta di letargo, di indifferenza e di rassegnazione che spengono sul nascere ogni protesta e ogni opposizione e così tutto viene ingoiato: i tagli, il blocco delle carriere, il precariato, la dittatura dell’Anvur e l’ideologia dei logaritmi. Forse è arrivato il momento di richiamare in servizio una protesta forte ed efficace: lo sciopero!