Tanti Natali che il tempo non cancella

Da quelli dell'infanzia agli altri dell'adolescenza, ai Natali ruggenti della guerra, a quelli affamati del dopoguerra, alla festa senza presepe dopo il terremoto dell'80: una sequela di ricordi, ma un'unica luce di fede

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Carmine Manzi

Nel 2019 ricorrerà il centenario della nascita di Carmine Manzi, il poeta e scrittore salernitano scomparso nel 2012, che dedicò l’intera vita alla promozione della cultura e dell’arte. Riproponiamo, dal suo libro “Tanti Natali”, lo scritto introduttivo sulla favola antica di questa festività cristiana che stimola i ricordi, talvolta alimenta qualche angoscia ma, poi, per chi crede, libera entrambi in una luce di speranza e di fede.

Se li metti insieme, diventa un lungo filo che non finisce mai. Quanti Natali, quelli che ho vissuto, e l’uno diverso dall’altro. Diversi anche perché rappresentavano momenti diversi, sono legati ad epoche distanti tra loro. Natali che si ricordano di meno e Natali che si ricordano di più!
Ma quelli che non si dimenticano mai, perché ti restano nella mente per tutta la vita – senza tema di smentita – sono i Natali dell’infanzia e dell’adolescenza; per lo meno dovrebbero essere ricordati come i Natali della spensieratezza. Sono gli anni in cui il Natale si aspettava, si attendeva, e si contavano i giorni ad uno ad uno nell’attesa, si andava in cerca del muschio, del tronco grande che doveva fare da grotta, dei sassolini bianchi con cui formare i viottoli.

L’antica favola della festa della cristianità

Tutte cose che allora si trovavano facilmente, andando per le campagne, per quei sentieri battuti dalla pioggia e dal vento nei mesi freddi dell’inverno.
Non c’era quasi niente a riempire i giorni della nostra infanzia, si studiava più di adesso ma in cambio non c’erano i divertimenti e gli agi che diversificano la vita di oggi.
Di dicembre, le serate non passavano mai, c’era un braciere intorno al quale ci si riuniva tutti per riscaldarci, e il pensiero era tutto lì, al presepe da fare, agli zampognari col mantello a ruota che avrebbero rallegrato i lunghi giorni della festa. E bisognava poi trovare il momento e il luogo giusto, di nascosto, per scrivere la letterina di auguri da mettere sotto il piatto il giorno di Natale. Ricordate quelle belle letterine ricamate, con gli angioli dalle ali dorate e quelle parole, un po’ dettate dalla maestra, scritte con calligrafia chiara, con la penna a cavallotti bagnata nell’inchiostro.
Erano i nostri Natali semplici, ma erano tutti più poveri i ragazzi di allora, non certo le strade e le vetrine erano ingioiellate di luci e di festoni come poi sarà nel Duemila.
E intanto vennero i Natali della guerra e del dopoguerra, ancora molto più tristi e duri a trascorrere, con l’oscuramento, con le sirene che ti facevano correre negli scantinati per mettersi al riparo dalle incursioni e dalle bombe.
Io ricordo i miei due Natali di guerra trascorsi a Trieste, sul Carso, e a Pola, nell’Istria, nel 1941 e nel 1942. Quel mio amico di Via San Michele, nei pressi di San Giusto, che volle tenermi con lui per trascorrere insieme la notte di Natale e di San Silvestro. E perché non dire il nome di chi mi volle alla sua mensa ad aspettare la Mezzanotte Santa? Si chiamava Aurelio Peterlin, quello stesso che nei giorni dell’Armistizio mi mise in abito borghese perché potessi riprendere la strada del ritorno verso casa!
Non furono meno tristi i Natali del dopoguerra, vissuti tra gli stenti e la fame e tutte le altre difficoltà connesse a quegli anni di buio – tra il 1944 e il 1950 – che sembravano non dovessero più finire. Mancava tutto, anche la luce, ci sorreggeva soltanto la speranza del rinnovamento e della ripresa e, aggrappati a questa fiducia, eravamo tutti più buoni.

Dopo la guerra, un Natale di speranza e di rinascita

Il Natale è uno, sempre quello, la grande festa dello stupore, in cui anche i grandi finiscono per essere bambini; ma sono diversi i suoi volti, sono cento le sue sfaccettature, dipende da come lo vivi, con chi lo vivi e quando lo vivi. Il Natale dei giovani non è più quello dei bambini, ma è ancora più diverso il Natale coi figli, con quelle piccole creature appena nate che ti fanno andare subito col pensiero, tra tanti vagheggiamenti, ai giorni dell’infanzia, al tempo dello stupore, della neve che cade tra l’incanto delle stelle che brillano.

E c’è il Natale degli innamorati come c’è quello delle anime in pena e dei cuori solitari, il Natale dei poveri e dei ricchi, dei diseredati e degli immigrati. Quante diversità, ed ognuna ha un colore diverso che lo differenzia dall’altro. Ricordo di una notte di Natale vissuta in una clinica a Napoli, alla Villa dei gerani. E fu tra i più tristi della mia vita, raccomandai ai miei bambini di non togliere subito il presepe, ma di aspettare il mio ritorno: quell’anno non avevo contribuito a farlo, ma volevo almeno vederlo.
E come si può dimenticare il Natale dell’80, quando ancora tremava la terra, dopo il terremoto del 23 di novembre. E dove lo facevi il presepe? Si viveva all’addiaccio, nelle macchine, nelle case di fortuna; nemmeno in Chiesa lo prepararono quell’anno, così si viveva dappertutto con il fiato sospeso.
Sarà anche che ne ho vissuti molti, e quindi molti sono anche i ricordi, ma non vorrei che rimanessero soltanto questi fissi nella mente, perché il Natale è la festa della gioia e non del dolore, e quindi i Natali da non dimenticare restano comunque quelli dell’infanzia e dell’adolescenza. Poi, con gli anni, è naturale che cambia un po’ tutto e forse anche l’occhio vede le cose in maniera del tutto diversa, perché molti sogni si infrangono o si perdono per strada e la realtà prende il sopravvento sulla fantasia.

Anche i terremoti non annullano la forza attrattiva del Natale

Ma è anche naturale che da un mondo dove tutto è cambiato e cambia ad ogni giorno, non poteva riuscire indenne il Natale. Per attestare la sua sopravvivenza, ha dovuto combattere e combatte ancora contro l’Albero che ha soppiantato in larga parte il posto al Presepe ed in cambio ci ha regalato le luminarie per le strade e nelle piazze, i grossi alberi a candelabro di palline luminose e colorate. Un aspetto tutto nordico, che non concilia, però, col crepitare della fiamma nel focolare e per noi, che siamo mediterranei nel sangue oltre che nelle tradizioni, bisogna dirlo che è quasi una sofferenza.
Forse un giorno si dovrà andare nei musei e nelle cattedrali per avere un’idea di che cosa fosse il Natale e ci aiuteranno nella ricerca le strofe di quella lunga poesia imparata a scuola da bambini che scandiva il lento passare delle ore all’avvicinarsi della Mezzanotte Santa. A fugare la malinconia, non so chi potrà accorrere in nostro soccorso, ma io faccio presto a tirar fuori dal cassetto dei miei ricordi ancora una di quelle lettere ricamate, fatte a trafori e di angeli che si sollevano dai fogli per tendere al cielo… e mi ritroverò tra quelle parole scritte a caratteri grandi, dove è rimasta ancora una piccola macchia di inchiostro, col mio cuore di bambino, per riprendere daccapo, come fosse una favola, il mio lungo percorso. (…)