Teatri, tagliamo i maxi ingaggi per aiutare i piccoli operatori

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Il teatro per molti è o è stato “croce e delizia”. Per me solo gioia, ma sono stato fortunato. Mi spiego. Cresciuto in una famiglia di insegnanti, il mio futuro sembrava già scritto, avvocato o ingegnere. È inutile dire che delusi tutti. Intorno, ai sedici, diciassette anni, fu chiara la mia vocazione futura: volevo fare teatro e solo teatro. Nella libreria di casa, un giorno, scoprii alcuni testi di Cechov e Pirandello e, da allora, non li ho più lasciati. Quindi, ebbi la fortuna di incontrare un giovane mimo di scuola Decroux (Michele Monetta), un allievo di Orazio Costa da poco diplomato all’Accademia Silvio d’Amico (Gianni Caliendo) e una giovane ragazza con la mia stessa passione diventata più tardi mia moglie (Rosanna Di Palma), per mettere su una cooperativa teatrale (1983) e avviare, così, il mio lungo attraversamento del teatro. Da allora tante cose sono accadute, regie, direzioni artistiche, aperture di nuove sale teatrali, conduzione di tanti corsi di formazione per attori e, in ultimo, l’ideazione di una piccola ma prestigiosa collana di teatro contemporaneo, “corponovecento”. Ho fatto questa lunga introduzione, e me ne scuso, per cercare di dire ancora qualcosa sul teatro nella nostra città. Ho sempre pensato che a Salerno non potessero vivere di teatro più di dieci, quindici persone. Invece, da sempre, i rari tentativi di teatro professionale sono stati affiancati da una tradizione di teatro amatoriale molto presente e, spesso, di buona qualità. Questo fatto ha prodotto una gran confusione. Avvicinandoci all’oggi, molti giovani, evitando i gruppi amatoriali e i loro polverosi repertori, hanno dato vita a formazioni indipendenti, spesso, molto interessanti. Tanti hanno seguito laboratori, fatto studi universitari di indirizzo e hanno voluto provare a mettere su esperienze performative nuove. Hanno praticato nuova drammaturgia e frequentato modelli alternativi al teatro tradizionale incamminandosi su sentieri impervi ma ricchi di nuova linfa. Questi giovani hanno tutta la mia ammirazione. In parte, mi ci ritrovo. A tale proposito, non posso non constatare, però, che le cose sono molto cambiate, oggi. Trenta o quaranta anni fa, se volevi fare teatro di tradizione e avevi qualche talento, una scrittura di sei-sette mesi la potevi trovare. Se, invece, avevi insofferenza verso la tradizione potevi sempre trovare spazio nei tanti gruppi di sperimentazione e ricerca molto attivi e sponsorizzati da una politica territoriale di sinistra che guardava queste esperienze come un prolungamento della propria lotta al sistema dei vecchi partiti. Oggi, con la sciagurata politica dei teatri Nazionali che assorbono quasi totalmente le risorse del FUS, il relativo depotenziamento degli spazi e delle compagnie indipendenti, la decontribuzione progressiva degli enti locali per il settore, è quasi impossibile resistere. Come se non bastasse, allo storico precariato si è aggiunto da alcuni anni un notevole incremento di “lavoro in nero” per poter stare sul “mercato”. Agli attori e ai tecnici non sono stati pagati, spesso, i contributi; quindi, di fatto, per gli enti che dovrebbero oggi erogare sussidi, essi sono inesistenti. Insomma, alla fame. Da tempo, fare uno spettacolo e sperare che circoli, se non hai possibilità di uno scambio, è una pia illusione. Allora, ci si è buttati tutti sulle scolastiche. Denaro sicuro e subito. Inflazionando il settore con proposte molto spesso discutibili e inadatte e, contemporaneamente, avviando una concorrenza spietata e sleale. Molti altri, hanno pensato di condurre laboratori. Non si riesce a fare teatro allora lo si insegna. Ma chi insegna e cosa? … è diventato un mistero. Oggi, con la chiusura dei teatri questi nodi sono esplosi. Il disastro è sotto gli occhi di tutti. Il teatro non morirà neanche stavolta. Sarà moribondo per i prossimi mesi e bisognerà continuare ad amarlo in un qualche modo. Pensiamolo come necessario per chi verrà dopo di noi. Intanto ci vogliono pensieri nuovi e nuovi itinerari. Tanta energia, tanta buona volontà e niente chiacchiere; perché di chiacchiere si può solo morire. Per cominciare, faccio mia la provocatoria proposta di Enzo d’Errico sul Corriere del Mezzogiorno di qualche giorno fa che destinava i finanziamenti di quest’anno stanziati per le grandi manifestazioni artistiche regionali (Napoli Teatro Festival, Un’Estate da Re, il festival di Ravello ecc…) ad una grande chiamata “d’arte solidale” per permettere agli operatori piccoli e indipendenti di coltivare la speranza e arrivare vivi alla ripartenza del settore tra un anno (è inutile dire che la cosa comporta molte insidie di cui è ben consapevole l’autore della proposta come, ad esempio, andare a finanziare anche cose di poco valore). E se anche a Salerno provassimo per un anno a finanziare, con una parte dello stipendio d’oro di Daniel Oren e dei contributi della stagione lirica, di Linea d’ombra, del teatro Verdi e Ghirelli e delle poche altre rassegne ben finanziate dal comune, le tante formazioni di giovani musicisti e teatranti cittadini, che in questi giorni hanno protestato uno stato di necessità, dando loro la possibilità di operare (per un anno) e provarsi a creare qualcosa dal basso che potesse avere finalmente una progettualità più solida dentro la città? Dopo un anno tireremmo le somme. Molte di queste esperienze (velleitarie sicuramente) falliranno ma, alcune, potrebbero mostrare tutta la loro vitalità ed efficacia. Chi fallirà, capirà così di aver vissuto un abbaglio e sarà costretto a cambiar strada. Al tempo stesso, e solo per quest’anno, il denaro pubblico andrebbe davvero a sostenere chi in questo momento sta soffrendo. E, finalmente, si farebbe un po’ di chiarezza in quella gran confusione che è il sistema teatrale salernitano in cui ha avuto sempre buon gioco scambiare lucciole per lanterne.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)