Salerno, gli investimenti e la cultura negata

All’interno dell’area urbana estesa, andrebbe valorizzata una rete diffusa di istituzioni culturali ma inserita in una infrastruttura di mobilità intelligente

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Secondo lo scrivente, rigenerare le aree urbane estese è un piano industriale indispensabile per il presente e il futuro del Paese. Un tema del genere non dovrebbe essere messo in discussione ma diventare priorità per qualunque forza politica. Nella odierna realtà politica non esiste un partito italiano che abbia come priorità il corretto governo del territorio e il cambiamento di scala amministrativa per pianificare i Sistemi Locali. I problemi sono noti: rischio sismico e idrogeologico, abusivismo, ciclo vita degli edifici, gestione del patrimonio, disuguaglianze territoriali e sicurezza. La domanda sorge spontanea, come finanziare tali interventi? E’ dovere delle istituzioni politiche programmare la spesa pubblica degli investimenti per la sicurezza del territorio e per lo sviluppo sociale. All’interno del capitalismo liberista dell’UE, gli Stati non hanno più una moneta sovrana e si lasciano condizionare dal mercato, mentre i membri UE si fanno concorrenza sleale e la chiamano competitività interna all’euro zona. Dal punto di vista delle geolocalizzazioni industriali, esistono agglomerazioni vincenti e perdenti, che determinano la disuguaglianza economica.

Scelte urbanistiche neofeudali, aree interne e isolamenti civici

Inoltre, l’ideologia liberista si basa sulle disuguaglianze di riconoscimento circa il mercato del lavoro, che favoriscono talune aree a danno di altre. Questa è la slealtà insita nel capitalismo che osserviamo attraverso le famigerate delocalizzazioni presso le zone economiche speciali. Gli altri Stati come USA, Cina, Russia e Giappone si avvantaggiano dell’instabilità interna all’euro zona, ma essi sono sovrani con regole economiche diverse per garantire investimenti, e contrastare l’instabilità del capitalismo.
In buona sostanza, le immorali disuguaglianze economiche fra le aree geografiche sono pianificate dall’economia di mercato condizionata da un’élite di imprese, banche, e investitori che decidono in quali agglomerazioni industriali bisogna produrre, e poi dove concentrare l’accumulazione capitalista. Il passaggio da un’economia pianificata dallo Stato alla deregolamentazione ha avuto conseguenze sociali, economiche e ambientali che riscontriamo soprattutto nel nostro meridione. Restando nell’economia liberista del debito, le “regole” ci dicono che i Governi si accordano, di volta in vola, circa la cosiddetta “flessibilità” degli investimenti a deficit, ed è in questo contesto che le istituzioni politiche, fino ad oggi, non sono state capaci di costruire un’agenda politica circa gli investimenti necessari nelle aree urbane estese e nelle aree rurali abbandonate, per avviare processi di rigenerazione bioeconomica e ridurre la disoccupazione. I settori innovativi emergenti nascono anche dalla bioeconomia, ma è necessaria una classe dirigente adeguata per stimolare la trasformazione delle agglomerazioni. Se intendiamo avviare un reale cambiamento dobbiamo mettere in discussione tutto, partendo dal capitalismo e pensando al fatto che siamo l’unica specie vivente in disequilibrio con la natura, mentre l’avidità di pochi sta togliendo dignità e diritti alle persone. Per contrastare i danni economici della globalizzazione neoliberista, la classe dirigente locale, interpretando il territorio, dovrebbe costruire la nuova amministrazione salernitana costituita dagli 11 comuni dell’area urbana estesa, e poi ripensare il ruolo delle agglomerazioni industriali esistenti e favorire investimenti in processi innovativi utili alle capacità e alle risorse locali, partendo dal processo di auto coscienza dei luoghi. Ad esempio, in questo nuovo percorso potremmo immaginare di realizzare, all’interno dell’area urbana estesa, una rete diffusa di istituzioni culturali ma inserita in una infrastruttura di mobilità intelligente, ove localizzare biblioteche, musei, centri di ricerca e scuole innovative aperte alla comunità.