Toghe a Salerno, nomine pilotate. Parla Palamara

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Luca Palamara

Paese che vai, procura che trovi? No, la parafrasi rischia di portarci fuori strada perché è vero forse il contrario: puoi andare in qualsiasi posto d’Italia e troverai sempre un ufficio giudiziario fatto della stessa sostanza del «sistema». Lo desumi dagli scritti di Luca Palamara, già potentissimo magistrato italiano, che non necessita di presentazioni ulteriori. Egli era come chi l’ha preceduto e gli è succeduto, cioè “il” sistema della lottizzazione degli incarichi, della divisione del potere interno della magistratura, quello che poi si riverbera all’esterno, sulla vita di ciascuno, anche sulla sua peraltro, come dimostra la parabola narrata nel libro scritto col direttore de “Il Giornale” Alessandro Sallusti “Il Sistema”: come Churchill diceva dei governi europei che pensavano di poter gestire Hitler, anche Palamara «ha dato cibo al coccodrillo sperando di essere mangiato per ultimo». Alla fine il sistema ha mangiato pure lui che è stato, nel bene e nel male, al vertice della catena alimentare per un lasso di tempo consistente della vita del Paese, avendo governato per dieci anni l’Anm (Associazione nazionale magistrati, volgarmente definita sindacato unico delle toghe) con tutto ciò che questo comporta. Dalla sua c’è, però, che finora è stato solo masticato, sebbene con violenza, ma non è stato ancora digerito e, a giudicare da una certa combattività dinanzi alle oggettive mostruosità emergenti dal mondo giudiziario, non sarà una digestione facile per nessuno. Si vedrà.
Il Quotidiano del Sud ha cercato Luca Palamara, l’ha trovato, l’ha corteggiato per alcuni giorni e alla fine è riuscito a scambiare qualche (eloquente) battuta sulla realtà del distretto di Salerno, il secondo della seconda regione italiana. Se ciò che ha detto nel libro è valso per una geografia definita delle procure e degli uffici giudiziari italiani, sarà valso anche per quelli salernitani, questo è stato il leitmotiv dei pensieri che animavano questo giornale. In fondo, perché dovrebbe essere il contrario? Chi scrive, in realtà, ha provato poca meraviglia nella sostanza del racconto e una moderata meraviglia per la forma, per i nomi fatti da Palamara, per gli incroci, per i tempi, per l’asprezza degli scontri.
Comincerei col chiederle questo: nel suo libro afferma che «non c’è stata nomina in qualsiasi ufficio giudiziario d’Italia che non abbia risposto a questa logica» (quella del “sistema”). Varrà anche per Salerno naturalmente?
Il mio è un discorso di carattere generale relativamente al funzionamento del sistema delle correnti nella magistratura. Bisogna sempre partire da un presupposto: l’idea del Costituente di voler creare una magistratura autonoma indipendente non può mai essere messa in discussione. Quello sul quale invece occorre riflettere, anche alla luce dei fatti che mi hanno riguardato, è l’attualità della presenza della componente laica all’interno del Csm che, inevitabilmente, fa venire in contatto la magistratura con la politica. Per questo motivo nel libro ho inteso confrontarmi con il direttore Sallusti al fine di fornire un tema di discussione che peraltro è già presente all’interno della stessa magistratura
Le indico tre nomi di procuratore capo salernitano che, verosimilmente, lei avrà incrociato nell’ambito della sua attività politico-associativa: Franco Roberti, Corrado Lembo e Giuseppe Borrelli, gli ultimi tre dopo il dottor Apicella, quello dello scontro con Catanzaro. Quale fu la più contrattata, la più difficile da spuntare, quella più significativa rispetto alla logica ufficiale e a quella ufficiosa?
Devo dire che direttamente non mi sono occupato di nessuna delle nomine del dottor Roberti e del dottor Lembo se non per averle vissute dal mio angolo di osservazione di presidente dell’Anm e di componente del Csm. Quanto al dottor Borrelli il discorso è più complesso ed in ogni caso la sua nomina come procuratore di Salerno è venuta dopo i fatti che mi hanno riguardato
Il 13 settembre 2018 Lembo lascia la procura e va in pensione; dopo 10 mesi, il 12 luglio 2019 la V commissione del Csm (incarichi direttivi, se non erro) si accorda sul nome di Borrelli ma si dovrà arrivare al 10 febbraio 2020 per il suo insediamento. Le domande al riguardo sarebbero due: perché ci volle così tanto tempo? Borrelli è di Unicost ma anche Leonida Primicerio (oggi procuratore generale) era interessato ma fu sconfitto, se non sbaglio si ritirò all’ultimo minuto: che cosa successe?
Prima che scoppiassero i fatti oggetto dell’indagine di Perugia ricordo che tanto il dottor Borrelli quanto il dottor Primicerio avevano presentato domande per ricoprire importanti incarichi direttivi tra cui quelli di Roma e di Perugia. Con riferimento al nominativo del dottor Borrelli i problemi riguardavano una sorta di derby interno a Unicost ed in particolare tra quella romana e napoletana.
Poi cosa successe, che cosa fece sbloccare la nomina a procuratore capo di Salerno?
Per smussare queste frizioni, chiamiamole così, con il dottor Borrelli ci incontrammo il 13 marzo del 2019 in un ristorante romano in via Tripolitania alla presenza di un consigliere del Csm e del dottor Forciniti. Per amore di verità devo precisare che il dottor Sirignano (Cesare, noto magistrato napoletano, ndr) che è stato poi tirato dentro questa vicenda era totalmente all’oscuro di questi incontri con il dottor Borrelli. È davvero singolare che la prima commissione del Csm non mi abbia mai voluto ascoltare su queste circostanze
Il Quotidiano del Sud nel giugno scorso si è occupato della nomina alla presidenza della sezione Riesame e Misure di prevenzione del tribunale di Salerno, dopo quanto discoverato (si dice così?) dagli atti di Perugia. Emerse dalle chat WhatsApp trovate sul suo cellulare che ci fu una costante pressione da parte dell’allora f.f., oggi presidente, Gaetano Sgroia su di lei per l’ottenimento dell’incarico. Cosa che poi avvenne, peraltro all’unanimità che non sempre è, a suo dire, marchio di garanzia e serietà. Cosa ricorda di questa circostanza?
Pensare di poter risolvere tutti i problemi della magistratura avendo come angolo di osservazione solo le chat del mio telefono è un’operazione fuorviante perché impedisce di comprendere le trattative che i rappresentanti delle altre correnti svolgevano con chi presentava le domande. Da questo punto di vista la famosa mail dell’allora consigliere Vigorito (il magistrato che, per sbaglio, inviò alla mailing list dei colleghi italiani una mail di “raccomandazione” per un incarico in favore di una donna, ndr) di cui facciamo menzione nel libro è assolutamente eloquente. Pertanto non ho nessuna difficoltà a dire che anche con riferimento alla nomina del dottor Sgroia il meccanismo era assolutamente identico alle interlocuzioni che caratterizzavano le spartizioni correntizie, senza ovviamente trascurare il merito
Lei, sempre nel suo libro, afferma che «chi si auto-promuove per avere questo o quell’altro incarico vìola le regole». Quali regole intende? Si riferisce alla cosiddetta deontologia oppure ad altro tipo di regola visto che l’indicazione della copertura degli uffici avviene di norma attraverso la concertazione tra politica e apparati magistratuali? Se sì, quale? E cosa dovrebbe comportare tale «violazione»?
A proposito dell’auto raccomandazione io ho evidenziato come la stessa sia una prassi costante all’interno della magistratura, come tale assolutamente tollerata, ma negli altri ambiti della pubblica amministrazione questo invece non avviene. È un dato di fatto sul quale riflettere e che comunque contiene evidentemente unicità di contraddizione
Lei afferma, ancora, che le nomine «a pacchetto chiuso», cioè all’unanimità sono «peggiori delle altre». Può spiegarlo meglio, visto che, ad esempio, la presidenza del Riesame è stata assegnata proprio all’unanimità?
A proposito dell’unanimità io ho voluto evidenziare come la stessa non necessariamente si identifichi con l’assoluta valorizzazione del merito perché tante nomine fatte all’unanimità presuppongono un accordo che già si è realizzato tra i rappresentanti delle correnti anche con riferimento agli altri nomi.
A pagina 149 del suo libro, lei parla delle perplessità avanzate dal suo ex collega Stefano Fava sull’inchiesta Eni, circa il fatto che sia Paolo Ielo che Giuseppe Pignatone, noti magistrati di vertice romani, avessero i rispettivi fratelli in qualche modo legati a Eni in quanto destinatari di «incarichi ben remunerati». La cosa mi ha particolarmente colpito perché legittima chiunque a pensare che, mutatis mutandis, questo accada o possa accadere ovunque, come a Salerno: ad esempio, potremmo trovarci in un distretto giudiziario dove un procuratore o un giudice abbiano congiunti stretti non solo impegnati in politica e/o nelle istituzioni (soprattutto per conto del Pd che è partito di riferimento di questo mondo da sempre), nelle campagne elettorali di qualsiasi tipo, ma che abbiano anche incarichi remunerati in società pubbliche, regionali, provinciali, statali, etc. Se l’osservatore rileva che, ad esempio, esistono nel distretto salernitano diverse indagini, processi, misure ed altro caratterizzati da un certo «strabismo» o «addolcimento», commette una diffamazione implicita?
Quanto all’esposto del dottor Fava non posso aggiungere nulla di più rispetto a quanto ho già detto nelle competenti sedi giudiziarie e nel libro. Per il resto posso in generale dire però che il tema delle incompatibilità è quantomai attuali all’interno della magistratura ed ha degli aspetti fortemente problematici tanto nei grandi distretti di corte d’appello quanto in quelli più piccoli. Anche in questo caso identiche situazioni vengono trattate con due pesi e due misure con il rischio di minare la credibilità della magistratura.

 

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno in edicola oggi)