Toghe processate, ancora prosciolti Pagano e Oricchio

La corte d’appello di Napoli conferma la sentenza di non luogo a procedere, emessa dal gup a gennaio. I due magistrati salernitani erano accusati di abuso d’ufficio in concorso

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Magistrati alla sbarra, ma ancora prosciolti. La prima sezione della Corte d’appello di Napoli conferma la sentenza di non luogo a procedere, emessa lo scorso gennaio dal gup Luca Battinieri, nei confronti del giudice Mario Pagano e dell’ex procuratore regionale della corte dei conti, Michele Oricchio (nella foto). Erano accusati di abuso d’ufficio in concorso. In udienza preliminare era stata respinta la richiesta di rinvio a giudizio, avanzata dalla procura di Napoli, con la formula “perché il fatto non sussiste”. In attesa delle motivazioni, decisione conforme dai giudici d’appello, dopo il ricorso della procura generale partenopea.

 

La vicenda processuale è snodo di uno stralcio dell’inchiesta madre, in cui il giudice Pagano è accusato di essere capo e promotore della “cricca” del tribunale civile di Salerno. Una maxi indagine costata già due rinvii a giudizio al giudice originario di Roccapiemonte, all’epoca dei fatti in servizio alla II sezione civile. Ma se stavolta Pagano non rispondeva per condotte da magistrato ordinario, neppure ad Oricchio venivano contestati reati ascrivibili alla carica di capo della procura della corte dei conti campana. Entrambi, invece, erano nel mirino per il rispettivo ruolo nella commissione tributaria provinciale di Salerno. Ad Oricchio, originario di Vallo della Lucania, si chiedeva conto di un procedimento di 6 anni fa, aperto dal ricorso di un’azienda contro l’Agenzia delle entrate di Salerno. Lui era allora presidente della VI sezione della commissione tributaria provinciale, di cui faceva parte lo stesso Pagano. Secondo gli inquirenti, Oricchio aveva omesso di astenersi dall’assegnazione della causa al giudice relatore, nonostante l’obbligo di legge. Un’azione dettata dall’istigazione di Pagano, «legato – sosteneva la pubblica accusa – da rapporti di amicizia e di interesse» ai titolari della ditta. Agli atti erano finiti due sms, inviati da Pagano a Oricchio: uno nel giorno di deposito del ricorso, specificando il numero di registro; l’altro due mesi dopo, chiedendo di ricordarsi della società, in sede di assegnazione. Secondo la procura Oricchio assentiva, sempre tramite sms. «Ok Mario, mi attivo», la prima volta. «Ok, Saluti» la seconda. Insomma, tra i due «vi era un reciproco scambio di interferenze nelle decisioni di magistrati ordinari e tributari in favore dei rispettivi amici». In seguito, la commissione presieduta da Oricchio accoglieva il ricorso dell’azienda, gravata da un atto di recupero di 124mila euro. La sentenza, però, era ribaltata nel 2015 dalla commissione tributaria regionale, cui si era appellata l’Agenzia delle entrate. Indizi considerati troppo labili da gup. Non c’è materiale per provare la volontà dei due magistrati di procurare all’azienda un ingiusto vantaggio patrimoniale, consistente – secondo la procura  – nel vedersi assegnare un giudice «non in posizione di terzietà e di imparzialità » verso l’Agenzia delle entrate. C’e quindi il proscioglimento bis per Oricchio – assistito dall’avvocato Agostino De Caro – oggi presidente proprio della commissione tributaria regionale, e Mario Pagano, difeso dai penalisti Domenico Ciruzzi e Claudio Botti.