Tommasetti pecca di arroganza

L’ex rettore Pasquino polemizza con il suo successore dopo l’attacco a Manfredi: «Apprezzo lo stile istituzionale di Loia, vertice consapevole»

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Raimondo Pasquino, già rettore dell'Università di Salerno, candidato alle Europee con la lista +Europa

Le dichiarazioni di due giorni fa del ministro per l’Università e la Ricerca, Gaetano Manfredi, hanno creato non poco scompiglio nel salotto accademico italiano. Il ministro è stato chiaro: lo studio del Censis che ha valutato gli atenei italiani non si basa su parametri che giudicano la didattica o la ricerca bensì i servizi. Dura la risposta dell’ex rettore dell’Unisa Aurelio Tommasetti, che ha duramente criticato le affermazioni del ministro. Un modo per difendere quel prestigioso ottavo posto raggiunto dall’ateneo salernitano, che egli stesso ha guidato per 6 anni. A commentare tale confronto, più politico che accademico, è intervenuto Raimondo Pasquino, già rettore dell’Università degli Studi di Salerno per ben 12 anni, dal 2001 al 2013.
Professor Pasquino come giudica l’intervento dell’ex rettore Tommasetti?
«Direi che concordo con le parole del ministro Manfredi. Sono valutazioni che riguardano i servizi offerti dagli atenei, dove chiaramente il nostro campus riesce a spiccare come un’eccellenza. Ma non è una risposta alla qualità della didattica e la ricerca. E non è un caso che l’attuale rettore, il professor Vincenzo Loia, più sobriamente non abbia commentato il risultato. Non è una gerarchia di valori da spendere sul tavolo dell’arroganza».
Arroganza mostrata dall’ex rettore, secondo lei?
«Penso che i commenti dell’ex rettore Tommasetti siano stati fuori luogo. Questa classifica è il risultato di un lavoro realizzato nel corso degli anni di cui nessuno se ne può fare vanto. Nemmeno se si è in campagna elettorale. Il problema è che quando si parla di strutture di cui non si conoscono bene i meccanismi, i contenuti o i dettagli, può succedere che si millantino risultati che non rispondano alla realtà».
Venendo alla sua esperienza da rettore, cosa ricorda? E come giudica l’operato dell’attuale rettore Loia?
«Ricordo una classe dirigente molto attenta, molto coesa, partecipata, impegnata a portare avanti interessi pubblici rispetto ad interessi privati. Ricordo che l’ultimo bilancio presentato, a conclusione di un mandato durato ben 12 anni, ha visto un crescendo che per un ateneo sottofinanziato ha dimostrato che una classe dirigente preparata e corretta è riuscita ad avere risultati importantissimi, creando un polo virtuoso, punto di riferimento in tutto il Sud. È stata sicuramente un’esperienza molto gratificante, di cui vado molto orgoglioso, soprattutto quando, con la creazione della facoltà di Medicina, abbiamo completato il parco di saperi offerti dal campus. Loia penso stia portando un reale senso democratico delle istituzioni. Ha una visione prospettica molto importante, un tipo di governo molto moderno. Non dimentichiamo tra l’altro che, con senso di responsabilità, ha affrontato il terribile periodo Covid, riuscendo ad uscirne senza provocare uno shock nel sistema».
Ha parlato di fondi. Si è parlato anche del palese gap tra le università del Nord e quelle del Sud. Cosa si può fare per ovviare?
«Penso che non sia solo una questione di risorse in termini di quantità, ma anche in termini di ricezione. Ecco perché dobbiamo batterci affinché le Regioni possano avere finanziamenti direttamente dall’Europa. Al ministro Manfredi proporrei di chiedere al Governo che, invece di sposare il documento Colao che incentiva i trasferimenti di studenti dal Sud al Nord, finanziasse le università del Meridione per farle competere con le stesse armi. Non si parla solo di creazioni di laboratori di ricerca ma anche aule e infrastrutture che possano potenziare la capacità dei nostri poli accademici anche al di là dei servizi».
Concludendo, dai parametri della classifica si evince che per l’Unisa quello più basso riguardi l’internazionalizzazione. Perché secondo lei?
«Col campus abbiamo scelto di creare un’università a misura dello studente, che deve studiare e partecipare attivamente alla vita d’ateneo. Quando uno studente dall’estero deve venire in Italia, dobbiamo capire che tipi di accordi si possono fare con le organizzazioni estere, creando reti più complesse. Quello che si può fare è cercare di entrare in maniera più solida all’interno di una rete accademica internazionale, creando rapporti attraverso progetti approvati dal sistema europeo ed internazionale».

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)