Valeria Parrella, Almarina, Torino, Einaudi, 2019

“Mi chiamo Elisabetta Maiorano, sono nata a Napoli nel Novecento e spero di uscire presto da qui dentro, dal luogo del giudizio. Il luogo del riassunto, di dove le nostre due vite, che assieme assommano a una settantina d’anni, a due Paesi, a un braccio di mare in cui riposano i nostri morti, vengono condensate in poche pagine di atti protocollati in cancelleria. Non riusciremo mai a dirvi davvero tutto quello che le nostre retine hanno visto impresso, né cosa, di quelle immagini, ci ha trasformato per sempre il cuore. Perché siamo donne in divenire, e quando saremo uscite di qui saremo diverse”. Elisabetta Maiorano è la voce che racconta nell’ultimo libro di Valeria Parrella, Almarina. Almarina è, invece, il nome della co-protagonista, il personaggio su cui Parrella costruisce la storia narrata da Elisabetta. Così, quasi per caso, succede che le due donne ‒ Elisabetta, professoressa di matematica rimasta vedova troppo presto e la giovane rumena Almarina ‒ si incontrino a Nisida, dove la ragazza è detenuta per aver rubato un cellulare. Su questa isola-prigione, “ormeggiata come un vascello” alla terraferma (e introdotta da rappresentazioni bellissime della Napoli che porta a Nisida, quando all’alba si rivela “la città prima della città”), va in scena il racconto per frammenti di due vite: da un lato l’incontro di Antonio e Elisabetta, il loro matrimonio felice nonostante l’assenza di figli, il tentativo fallito d’adozione e la morte del marito. Dall’altro, la vicenda più triste di Alamarina fatta di violenze, di povertà, di fuga dagli affetti familiari e della detenzione. “È per questo che quando arrivano a Nisida i nostri ragazzi si straniano: vedono da vicino, per la prima volta, adulti diversi da quelli che li hanno partoriti. Capire che sono finiti in prigione è niente: in due giorni gli passa lo choc, ricominciano a dormire, prendono un ritmo già raccontato da altri: nel loro lungo gioco questa possibilità era prevista. Faticano più a capire questo, invece: che possono fidarsi”. Poi però, col passare dei giorni, il rapporto di fiducia di Elisabetta e Almarina si trasforma in qualcosa di diverso e di più profondo. Supera i tempi scanditi dagli orari di lezione, dagli ingressi e dalle uscite programmate in forma di permesso, dai laboratori e dagli esercizi del volontariato. Diventando una possibilità di vita vera, lontano da Nisida. Un legame che cercherà di colmare ‒ e non a caso Almarina dirà “però non ti prometto niente” ‒ il vuoto affettivo delle due protagoniste offrendo infine, ad entrambe, quella possibilità che non avevano mai avuto: “Voi che giudicate siete disposti a credere ai colpi di fulmine, ma altre forme d’amore improvviso vi mettono in sospetto. Le amicizie sembrano maliziose, l’amore per i discepoli riverbera paternalismo e l’ammirazione profonda per gli anziani pare sia coperta da chissà quale mancanza nascosta nel passato. Volete che l’amore proceda per gradi, vorreste intravederne un percorso lineare, guardare, morbosi, tutto. Invece no, non si guarda: il cuore è opalino e gli esami di coscienza sono per infelici”.