Tra Scagnellato e Viciani: dal catenaccio al gioco corto

La lingua traduce le modificazioni radicali del gioco più popolare. I guizzi di Brera, dall'arcimatto allo stopper

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Metodo, sistema, gioco all’italiana. Il calcio cambia nel tempo e con esso cambia anche la letteratura sportiva.
Negli anni che vanno dal Cinquanta al Settanta, quando “giocavamo all’italiana”, detto alla Gianni Brera, la squadra che si era ben adattata a questo tipo di gioco era il Padova, allenato da Nereo Rocco, il “paron”, come veniva definito.
All’epoca, la squadra patavina – dopo aver vinto il campionato di serie B – mise in imbarazzo le migliori squadre della serie A. Mitico il suo apparato difensivo costituito da autentici baluardi: Azzini, Blason, Scagnellato. Soprattutto quest’ultimo rappresentava una vera barriera umana, forte di un fisico eccezionale e di tempi d’interventi che lo elevarono a modello difensivo di tutti i tempi. Se Scagnellato era l’uomo che non dava un solo attimo di tregua all’attaccante a lui affidato, Blason era, invece, il fine artista difensivo, in ultima battuta, nella posizione di “libero”.

Gianni Brera, il più grande innovatore del linguaggio sportivo

Nereo Rocco, arcigno triestino, dai modi sbrigativi ma efficaci, non ammetteva deroghe al suo modo di vedere il calcio. Niente finezze, niente personalismi narcisistici. Lo ricordava spesso a Blason, più portato alle giocate di classe, che arrivava a Padova dopo buone esperienze nelle fila dell’Inter. Chi non seguiva le sue direttive era fuori.
Per meglio capire il carattere duro di Nereo Rocco, si racconta – ma testimoni oculari lo confermano – che in uno dei tanti conciliaboli pre-partita, in vista di un incontro con l’Inter, abbia detto ai suoi calciatori, in stretto dialetto triestino la seguente frase: “Dobbiamo farci rispettare, dobbiamo essere duri. Calciate qualsiasi cosa si muove sul prato, anche se è il pallone…”
Quell’anno, era il campionato 1957-58, il Padova strabiliò tutti conquistando il terzo posto in classifica. Lo stadio di Padova, il mitico “Appiani”, era considerato inviolabile, un vero fortino; gli assatanati spettatori abbarbicati dietro una infinita rete di protezione costituivano quello che proprio tanto tempo fa era considerato il dodicesimo uomo in campo.

Corrado Viciani, il tecnico che inventò il “gioco corto” e portò la Ternana in serie A

Era il tempo di una letteratura sportiva che, oltre ai termini inglesi importati agli albori del calcio, si arricchiva di vocaboli coniati su misura da Giuanin Brera. Neologismi che infarcivano le pagine del “Guerin Sportivo” un giornale sportivo che usciva di lunedì e che con “l’arcimatto”, curato dallo stesso Brera, canonicamente destinato all’ultima pagina, raggiungeva il massimo della popolarità.
Era il tempo degli “stopper”, difensori centrali che non abbandonavano mai la posizione; dei “battitori liberi”, schierati alle spalle dell’ultimo difensore, dei terzini che marcavano solo ed esclusivamente le ali avversarie, senza alcuna licenza di proporsi in avanti.
Se Brera era fautore del gioco all’italiana, una dottrina da lui sacramentata da “primo, non prenderle”, c’era una stampa alternativa che lamentava scarso spettacolo affermando che in fin dei conti Rocco e Viani avevano solo inventato l’acqua calda: non avevano fatto altro che copiare il sistema difensivo della Svizzera, detto “verrou”, tradotto in italiano “catenaccio”.
Fra quelli che volevano un gioco più arioso e propositivo, meno vincolato alla distruzione del gioco avversario c’era Corrado Viciani, allenatore prima della Ternana e poi del Palermo, che agli inizi degli anni Settanta propugnò la teoria del “gioco corto”, basato sul possesso del pallone e dal pressing esercitato sull’avversario in possesso di palla. A dare man forte a Viciani arrivò Heriberto Herrera ingaggiato dalla Juventus, propugnatore dello stesso tipo di gioco che lui da sudamericano chiamava “movimiento”.
Ma stava per arrivare una nuova moda: il gioco all’olandese o calcio totale.