Tra utopia e speranza, il progetto di città Vallo di Diano

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Copertina del catalogo della mostra sulla città Vallo di Diano

Dalla «Città del Sole» di Tommaso Campanella alla «Città Vallo di Diano» di Paolo Portoghesi, un’idea di urbanistica policentrica per la creazione di una città in grado di riunire una realtà sostanzialmente omogenea come quella del territorio del Vallo di Diano, pur se divisa in tanti piccoli comuni. L’idea di riunire in un’unica città il comprensorio del Vallo di Diano nacque negli anni Sessanta dello scorso secolo. Fu poi ripresa alla fine degli anni Settanta dagli architetti Paolo Portoghesi e Uberto Siola, ma quest’ultimo abbandonò il progetto dopo i primi entusiasmi iniziali.
Riunire i diciannove comuni della Comunità Montana del Vallo di Diano per convogliarli in un’unica grande realtà amministrativa, più libera dalla sudditanza della provincia di Salerno, fu certamente un’idea nuova e dirompente con gli schemi tradizionali della divisione politica e territoriale. Fu però appoggiata in modo entusiastico da alcuni politici e uomini di cultura
particolarmente sensibili, tra i quali ricordiamo Vincenzo Curcio, Luigi Pica, Enzo Vacca, Gerardo Ritorto e il senatore socialista Enrico Quaranta. La stessa Comunità Montana del Vallo di Diano, nel programma delle attività del 1976, mise in rilievo l’idea che se si fosse ben operato ci sarebbero state «tutte le premesse, al di fuori ovviamente, del cemento selvaggio, per la rivalutazione di un grande e finora trascurato patrimonio artistico, culturale, folcloristico», sottolineando così la vocazione culturale di quel territorio, a Sud di Salerno. Fu Gerardo Ritorto a invitare il professor Paolo Portoghesi, nel 1978, per un piano fattibile urbanistico, e politico-amministrativo, per la creazione di una città che unisse i vari paesi di un territorio straordinariamente ricco di storia e di cultura, ma troppe volte sottovalutato. Si trattava di unire intelligenze, di creare ponti e abbattere steccati, di unire le forze economiche, imprenditoriali e culturali del territorio. Certamente un’impresa non facile, non semplice. Questa idea fu abbracciata dalla parte più progressista della classe politica di allora, del Vallo di Diano, tra la fine degli anni Settanta e gli esordi del decennio
successivo. Nel 1981 fu realizzata una mostra su questo progetto di Paolo Portoghesi, organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di New York in collaborazione con la Comunità Montana del Vallo di Diano. Nello stesso periodo, furono svolti numerosi convegni e programmati percorsi didattico-formativi per gli studenti universitari sul patrimonio culturale del Vallo di Diano. Docenti come Joselita Raspi Serra e Luigi G. Kalby, professori di storia dell’arte nell’Università di Salerno, editori come Pietro Laveglia, soprintendenti come Mario De Cunzo e storici dell’arte come Vega De Martini, politici come Gerardo Ritorto ed Enrico Quaranta, furono il motore di una serie di eventi che portarono alla ribalta della cultura nazionale, e internazionale, i monumenti del Vallo di Diano e soprattutto la Certosa di Padula. Tra le visite di studio degne di essere menzionate vi fu quella, nella Certosa di Padula, con gli storici dell’arte Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi. E in tutto questo fervore culturale s’inserì, come filo rosso e trama di unione, il progetto della Città del Vallo di Diano. Poi tutto, a poco a poco si è arenato. Le luci sul sipario della storia e della cultura si
sono affievolite sempre di più e con esse l’idea stessa della Città del Vallo di Diano. Da qualche parte ancora c’è, ma dorme, l’idea di rilanciarla. Il progetto dell’«utopica città» giace ancora nei cassetti polverosi della Regione Campania, o di qualche altro ente. Anche l’idea di un referendum tra le popolazioni dei comuni della zona interessata, che pure era stato previsto, per la realizzazione di questo progetto politico, urbanistico e culturale è ben lungi da venire. A chiare lettere bisogna ribadire che la colpa è certamente dell’egoismo e dell’autoreferenzialità di politici e sindaci che, in tutti questi anni e fino a oggi, non hanno voluto rinunciare alla propria fettina di potere, alla propria comoda e confortevole poltroncina, negando la realizzazione di un’idea più grande e lungimirante che avrebbe di gran lunga giovato alle popolazioni. Ma, come si sa, la speranza è sempre l’ultima a morire.