Trasfigurare in Cristo la nostra umanità

Sbocco del pellegrinaggio quaresimale è la luce divina, consapevoli che la vita si svolge tra l’essere e il divenire, tra il già di fede del "Voi siete in Cristo Gesù" e il non ancora del cammino con Cristo, impegnati a scalare il Tabor dopo aver sostato in meditazione nel Getsemani

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La prima lettura della liturgia di questa domenica presenta Abramo, pastore nomade senza stabile dimora e senza figli, impegnato in un lungo cammino che lascia un solco profondo nella sua esistenza: incontra Dio, esperienza che si trasforma in alleanza per la vita ravvivata con costante fiducia. Anche per noi sbocco del pellegrinaggio quaresimale è la luce divina, consapevoli che la vita si svolge tra l’essere e il divenire, tra il già di fede del “Voi siete in Cristo Gesù” e il non ancora del cammino con Cristo, impegnati a scalare il Tabor dopo aver sostato in meditazione nel Getsemani. A queste condizioni il cammino penitenziale rendere liberi da ogni opacità ed immerge nella luce gioiosa della Pasqua.
Domenica scorsa abbiamo riflettuto sulla tentazione, esperienza anche di Gesù nel deserto, oggi contempliamo i risultati della sua vittoria sul male: la trasfigurazione per scoprire la sua identità profonda di Figlio di Dio. L’episodio, con particolari diversi che ne arricchiscono il significato, é racconto dai tre vangeli sinottici. Per Luca avvenne otto giorni dopo (9,28a) la confessione di Pietro, che riconosce Gesù “Cristo di Dio” (Lc 9,20). Subito dopo Gesù annuncia la necessitas della passione, morte e resurrezione (9,22) e decide di salire sul Tabor per pregare. Si fa accompagnare da Pietro, Giovanni e Giacomo, ai quali ha promesso la visione del regno di Dio (Lc 9,27).

La trasfigurazione di Gesù, un evento che anche la storia dell’arte ha fissato in opere straordinarie

L’adesione di Gesù al Padre rende gli apostoli “testimoni della sua gloria”, che Luca tenta di descrivere asserendo che il volto appare “altro” e le vesti sono raggianti di luce. I tre percepiscono un mutamento nell’aspetto, ma le loro parole sono inadeguate per comunicare questa percepita alterità. In effetti, dalla testimonianza si può solo affermare che l’uomo Gesù ha un’identità altra, non ancora rivelata, ma sufficiente a consolidare la fede in lui. Molteplici sono i tentativi di spiegazione dell’evento. Giovanni Damasceno asserisce che Gesù rimane lo stesso, sono gli occhi dei discepoli a subire una trasfigurazione e vedono ciò che quotidianamente rimane loro nascosto. Altri sostengono che Gesù ha concesso agli apostoli di vedere la sua gloria messa tra parentesi nella vita mortale. Recentemente si preferisce ritenere che l’episodio prospetti un’anticipazione, frutto della fede in Gesù risorto, cioè una lettura a posteriori come profezia della Pasqua.
Per comprendere meglio il passo occorre far riferimento alla mentalità e alla cultura ebraica del tempo. L’identità in questione è testimoniata da Mosè ed Elia parlando dell’esodo, che ai tre discepoli appare come il sigillo su ciò che accadrà a Gesù una volta a Gerusalemme. Pietro in estasi chiede di rendere il momento durevole. Allora la Shekinah, la Presenza di Dio, li avvolge con la sua ombra, destando timore e tremore. Infatti, sono davanti a Dio, ne percepiscono la Presenza ma non lo vedono, odono attestare l’identità di Gesù “Figlio mio, l’Eletto; ascoltatelo!”; quindi la rivelazione è Gesù stesso, la sua persona. Il grande comando “Ascolta, Israele!” (Shema‘ Jisra’el: Dt 6,4) diventa: “Ascoltate il Figlio!”. Legge e dei Profeti si riducono così all’ascolto di Gesù. Nel silenzio si conclude un evento che è difficile narrare: Gesù è di nuovo solo con i tre, ammutoliti dallo stupore. Costoro non sanno raccontare ciò che hanno visto fino a dopo che Gesù é risorto dai morti: quindi la trasfigurazione diventa il segno e la profezia della resurrezione.
Pietro, Giacomo, Giovanni desiderano di piantare sul monte le tende per starsene lontani dagli affanni del loro ambiente e contemplare, inebriati, la Luce. Ma il colloquio di Cristo con Mosè ed Elia evoca l’esodo, viaggio verso il calvario per affrontare le asperità della vita. Così, ad imitazione di Gesù, si diventa figli diletti ascoltando Dio. Nel linguaggio biblico è sinonimo di obbedienza e conversione, progetto di vita basato su una radicale fiducia, illuminata dall’intelligenza per comprendere e dal coraggio per decidere.