Troppi caporali e pochi gli uomini. Regione impoverita

Intervista al filosofo Acocella

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«La vera chiave di volta sa chi l’ha data? Totò: siamo uomini o caporali?». Il principe de Curtis è un apologo, nell’analisi di Giuseppe Acocella, professore emerito di filosofia del diritto della Federico II.
Perché citare gli uomini o caporali di Totò?
È la più grande descrizione della differenza tra coloro che distribuiscono le risorse pubbliche e coloro che, in qualche modo, sono destinatari di piaceri, e poi devono corrispondere con un consenso passivo. I caporali sono quelli che esercitano il potere senza averne l’autorità. Totò ha fatto la descrizione della classe politica, nella sua crisi. Perché autorità, invece è parlare per il bene comune. Esercito l’autorità perché tu me l’affidi sapendo che la forza rimedierà alla tua debolezza. Io chiamo forza pubblica quella che mi aiuta a mantenere lo Stato di diritto perché nella mia debolezza provata dai prepotenti non mi so difendere. Autorità è una bella parola, perché risponde al mandato democratico che gli ho affidato.
Ma questa rappresentazione che riflessi trova in Campania oggi?
In Campania oggi è difficile dirlo perché la situazione è andata molto immiserendosi, anche di fronte alle situazioni di crisi industriali degli ultimi anni. Se uno volesse incarnare in De Luca, tanto per capirci, il potere senza autorità, non avrebbe pienamente ragione.
E come mai?
Perché gli uomini, quelli che si contrappongono ai caporali, chi sarebbero in Campania? Questa regione si è fortemente impoverita. Io non voglio essere nostalgico di Pci e Dc, due grandi partiti che hanno fatto la storia della repubblica democratica. Venuti meno loro, è venuta meno anche un’osmosi tra le professioni – dalle più nobili alle più umili – e la politica.
E cosa è cambiato secondo lei?
Il Pci e la Dc, prima di scegliere il proprio personale politico, gli facevano fare la gavetta. Prima dovevi fare il consigliere di quartiere, poi il consigliere comunale. Semmai venivi dal sindacato, o dall’associazionismo. Poi diventavi consigliere provinciale, poi consigliere regionale. Alla fine soltanto andavi in parlamento o al governo. C’era una selezione fortissima dalla società, non c’era dicotomia tra Stato e società
E però De Luca viene proprio dal Pci e da quel mondo da lei descritto.
De Luca è un post comunista, perché ha imparato la gestione del potere. E l’ha imparata bene per la verità, a mio avviso la esercita in modo coerente col nostro tempo, debbo ammetterlo.
In che senso?
Anche, per esempio, il comportamento nella fase del coronavirus. Il fatto che tutta la sua azione sia improntata nel far venire prima il bene collettivo, e poi gli interessi individuali. La salute pubblica va tutelata anche a costo della limitazione degli sfizi personali.
Insomma, è da approvare il lanciafiamme?
Io non avrei usato quella espressione, perché bisogna avere rispetto dei cittadini, anche quelli giovani che fanno la movida. Però, nella sostanza questa volontà di mettere al centro l’interesse generale rispetto all’interesse individuale, è quello che va fatto.
Intanto si avvicinano le regionali, e si torna a discutere dell’afasia della società civile.
Occorrerebbe che discorressimo su cosa è la società civile. La diamo per scontata, ma l’espressione hegeliana in realtà non corrisponde più a questo tempo. Era di una situazione tipica di un momento in cui c’era una separazione tra gli organi esercitanti il dominio e il popolo. Adesso non siamo più in questa condizione, la nostra è una società fortemente segmentata.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)