Un impellente invito nella domenica della Parola

La liturgia di domenica 26 gennaio

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Luce e gioia animano la liturgia; inizia, infatti, una nuova creazione. Tutti sono invitati ad ascoltare la buona novella: Gesù in viaggio si dirige verso di noi per guarirci. Convertiamoci, dunque, “perché il regno dei cieli si è avvicinato”. Cambiare stile di vita è la rivoluzione cristiana, un mutare la visione delle cose per vivere meglio la propria storia. Il passo del vangelo vede all’opera Gesù che chiama quattro individui; convinti e sedotti dalle sue parole, essi decidono di accompagnarlo mentre percorre la Palestina. La chiamata è frutto della totale libertà nell’individuare discepoli. Mentre annunzia la paternità di Dio, Gesù guarisce chi gli si avvicina con fede. Incontrarlo significa ascoltare parole accompagnate da gesti che dimostrano che Dio è tra noi, unica realtà che libera dal male e rende gioiosa la vita. Il profeta lo proclama nella prima lettura: una luce si è levata nella Galilea delle genti, il Messia porta la salvezza a tutte le nazioni. Egli, come si dichiara nella seconda, è l’unico salvatore che illumina le coscienze, accompagna nelle esperienze quotidiane, incoraggia nei momenti d’incertezza, sorregge quando si è caduti, infonde forza per continuare fino all’abbraccio finale con l’amore di Dio.
Il contenuto di questo annunzio è duplice: Regno di Dio e conversione, cioè cambiare strada e mentalità, aprirsi a prospettive nuove. Nel vangelo di Matteo ricorre 33 volte l’espressione “regno dei cieli”, modo nuovo di parlare del Signore senza nominare Dio, come prescrive la Legge. Con queste parole Gesù invita l’umanità ad aprirsi alla sovranità di Dio per diventare come l’ha pensata fin dalla creazione, pacifica, giusta e fraterna; ecco perché la conversione é la prima condizione per costruire il Regno e per la sua realizzazione la comunità cristiana deve collocarsi alla testa del pellegrinaggio, sentirsi ed essere vero lievito.
Un particolare induce a riflettere anche sull’ecumenismo in questa settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Pietro ed Andrea sono fratelli, come Giacomo e Giovanni; le chiese da loro fondate devono ricordare che la potenza della Parola fa di quattro uomini, così diversi e a volte divisi, una comunità impegnata a insegnare, predicare, curare, illuminata dall’esempio di Cristo del quale i Vangeli delineano il ritratto, modello e speranza per ciascuno di noi.
Ogni vangelo è una radiografia che tramite filtri storici, letterari e teologici delinea la vicenda del Gesù storico. Quello secondo Matteo, letto durante questo anno liturgico, è il frutto redazionale della predicazione orale, delle fonti che tramandano i detti e il racconto della Passione, Morte e Resurrezione. Si nota anche un riferimento al vangelo di Marco, primo frutto di questo nuovo genere letterario col quale si spiega cosa significano per ciascuno di noi i gesti e le parole di un uomo che apre un varco al mistero di Dio.
Tutti i vangeli sono una risposta ai quesiti posti da una comunità impegnata a consolidare la propria fede durante la celebrazione eucaristica, memoriale di un ricordo tramandato e condiviso. Per comprendere quanto si legge occorre conoscere contesto di origine e formazione di chi scrive per cogliere la pregnanza di tanti simboli e figure. Nel vangelo di Matteo è rilevante, ad esempio, quello di “monte”. In riferimento alla terza tentazione, ad esempio, mentre per Luca punto terminale è il pinnacolo del tempio a Gerusalemme (Lc 4,1-13); Matteo la colloca su «un monte altissimo» (4,8), dove Gesù scarta i messianismi deteriori. Egli si rivela superando la tentazione dell’orgoglio e del potere in un ambiente che rimanda all’esperienza del Sinai per esaltare la nuova alleanza. Un discorso analogo può farsi per i numeri. La struttura del vangelo si articola in cinque libretti: Discorso della montagna (cc. 5-7); missionario (c. 10); parabole (c. 13); ecclesiale o comunitario (c. 18); escatologico (cc. 24-25) legati dai i ferimenti biografici, richiamo ai 5 libri della Torah. È il
numero «sacro» , come il 7, simbolo della pienezza; così, ai 5 libri dei discorsi l’autore premette il vangelo dell’infanzia e conclude col racconto della Passione, Morte e Risurrezione.
Matteo, che in aramaico significa “dono di Dio”, esorta alla sequela considerando il vangelo una opportunità per essere illuminati. Questo punto lo ha reso in modo sublime Caravaggio proponendo la Vocazione del gabelliere in un contesto di oscura quotidianità squarciata da una luce proveniente da una finestra grazie all’irruzione di un personaggio intenzionato a cambiargli la vita. Con la mano Matteo sembra accennare al dubbio del “ma sono propri io il chiamato?” La risposta è data sfogliando il libro che egli ci ha regalato pronunziando il suo sì, degna conclusione in questa domenica che il papa ha voluto fosse dedicata alla Parola.