Una gattopardesca e fragile opposizione impregnata di sistema

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Il Comune di Salerno

L’aggregazione alternativa che, da sinistra, dovrebbe insidiare il radicatissimo potere deluchiano alle prossime elezioni comunali si distingue per una partenza faticosa, incerta, poco convincente. Dopo un anno di discussioni e prove generali di intesa, tutte interne a un gioco di palazzo ormai consunto, si è allargato ancora di più il distacco tra una società disgregata – per lo più corporativa e asfittica, chiusa alle innovazioni, con frange slabbrate di dissenso periferico – le ambizioni personali dei singoli e alcune formazioni para-civiche che, forse più ancora della maggioranza del sindaco Enzo Napoli, remano controcorrente rispetto ai desideri della città, allineata e non. Minuscoli apparati, senza alcun progetto politico e con scarsa lungimiranza, marciano orgogliosamente frammentati in nome di una battaglia identitaria fatta di pensieri senza azione, con minimali prospettive di approdo, garantite in un perimetro da sempre concesso dal deluchismo, sotto i cui tavoli si raccolgono poche ma sicure briciole, elargite con magnanimo cinismo da un regime che, approfittando della polverizzazione inconcludente delle opposizioni, sostiene con astuzia silente e sapiente le candidature di avversari anche illustri ma politicamente deboli.

La candidata Barone



In uno scenario così logoro e malfermo va dunque per l’ennesima volta in scena una sottospecie di farsa tutta salernitana, dove la rappresentazione mima la realtà e il continuismo regna sovrano, senza neppure l’incomodo di dovere cambiare qualche elemento che dia il senso della novità, per parafrasare il celebre inciso di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. La farsa sta segnando, da ormai trent’anni, la vita di queste opposizioni evanescenti, più ancora del potere imperante, trasformando i policy makers – amministratori pubblici in carica o aspiranti tali – in attori impegnati nella riedizione di un equivoco di fondo che alimenta la macchina di un consenso predeterminato e, all’apparenza, ineluttabile, capace di controllare anche i propri contraltari, giocando con l’ingenua (e legittima) ambizione dei singoli. Sembra purtroppo iscriversi in questa logica la candidatura a sindaco della preside Elisabetta Barone, una professionista proveniente dal mondo della scuola, con una costante presenza nell’associazionismo cattolico ma politicamente neofita. La sua investitura è frutto di una scelta imprevista e, almeno all’apparenza, “semplice” – per citare il motto della sua campagna elettorale – laddove nulla è semplice nel mondo aggrovigliato della politica e delle sue tentacolari diramazioni, tanto più in una città come Salerno, sede di un fortino inespugnato. La stessa Barone, pur nel suo inedito ruolo politico, non può non essere consapevole di tali assetti condizionanti, visto che la prima indicazione del suo nome è venuta proprio da un ex sindaco (e dal suo fedele vice) che fu figura affidabile di riferimento di Vincenzo De Luca. E nemmeno può ignorare, la preside Barone, che la sua idea di “semplicità” dovrà fare i conti con i tanti improbabili e cinici personaggi dell’era deluchiana ora a lei vicini e operanti da anni nello scardinamento di possibili riunificazioni del centrosinistra, quindi di fatto “alleati” degli attuali assetti egemonici. Tant’è che la candidatura della Barone è stata accettata, almeno in prima battuta, anche da sei consiglieri comunali funzionali per anni a quel regime che oggi dicono di volere contrastare. Designazione preziosa anche per chi, quindi, ha dato vita a una assai dubbia dissociazione da quello stesso assetto che ha contribuito a edificare e rafforzare sulla base di un clientelismo localistico avvilente e pernicioso. Ma il problema più complesso riguarda l’ossatura politica della candidata a sindaco che, come già evidenziato, è assai fragile, come sta emergendo già dalle prime battute della campagna elettorale. Al di là del decalogo di rito sul declino della popolazione, i giovani che emigrano e la cementificazione che avanza, emerge evidente un limitato orizzonte progettuale, una carenza di analisi e di conoscenza strutturale del territorio salernitano e del sistema amministrativo che lo governa, per una comprensibile inesperienza della candidata, poco avvezza a sintonizzarsi con un mondo estraneo alla sua esperienza quotidiana e forse anche distante dalle sue attitudini di studiosa. Una candidata formalmente ineccepibile ma sostanzialmente inefficace è dunque una vera manna piovuta dal cielo per i tanti politicanti animati non tanto dalla ricerca delle condizioni di una svolta quanto dall’ansia di conservare il personale riposizionamento nella macchina dell’amministrazione comunale. Le decisioni sono, di conseguenza, ondivaghe e friabili: dopo aver bruciato cinque candidati sindaco, ora i sei consiglieri pentiti pongono condizioni quasi irricevibili per il loro sostegno alla Barone che, di fatto, ne indeboliscono e delegittimano la candidatura politica.
Sotto il malfermo tendone di questo Circo Barnum, che si gonfia e si sgonfia a seconda delle giornate, hanno preso posto, per ultimi, anche i 5 Stelle, dopo aver assicurato per mesi di voler perseguire la strada di un’alternativa di progetto prima ancora che di programma. La sindrome della solitudine identitaria avrà indotto i parlamentari eredi di Grillo a intrupparsi nel cartello pro-Barone, ma la scelta è apparsa immotivata e per loro molto rischiosa, perché nel momento più grave della crisi del Movimento, con un consenso divenuto liquido e forse minimale, i parlamentari hanno voltato con disinvoltura le spalle all’elettorato più certo e pugnace, quello del Meet Up, che ha messo in campo una propria candidata sindaca, intenzionata a rilanciare le tesi fondative di un movimentismo credibile e aggressivo, radicalmente antagonista rispetto al consunto potere imperante.
Altre interessanti componenti giovanili, protagoniste delle uniche elaborazioni tematiche che hanno alimentato il dibattito in questi mesi, hanno scelto addirittura di ritrarsi dalla competizione di ottobre per l’impossibilità di condividere con i compagni di viaggio una responsabile e netta strategia di contrasto. È rimasto così in vita un simulacro di coalizione allestito con artifici speciosi e debolissimi, incapaci di fronteggiare un’erosione della democrazia che appare fatalmente progressiva, con grande soddisfazione per un regime che celebrerà a breve il trentennio di vita, forte soprattutto della tacita alleanza di quanti fingono di combatterlo senza che nulla cambi per davvero.
Siamo dunque di fronte a un’idea di democrazia declassata a procedure e riti elettorali, che rappresentano solo una parte del problema nel quale la politica deve concretizzarsi e riassumersi. Una opposizione forte e compatta, infatti, a Salerno non esiste. Per esistere avrebbe dovuto fondarsi su un’idea condivisa, mettendo da parte i distinguo improduttivi e definendo un’azione politica consequenziale, per citare Luigi Einaudi.
Il parlamentare Federico Conte aveva provato ad attuare proprio la ricetta einaudiana, senza però riuscire a superare lo scoglio delle frustrazioni e ambizioni personali che giocano la loro partita celandosi dietro motivazioni ideologiche spesso ridicole.
La base non allineata chiede invece di interpretare il senso rimosso di una comunità che, perlomeno in parte, aspira a rigenerarsi con un’autodeterminazione in grado di liberare le istanze civiche per anni calpestate.

Il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli


(Dal Quotidiano del Sud di Salerno in edicola oggi)