Juan Guaidò

Il governo di Nicolas Maduro resiste alle pressioni internazionali e, soprattutto, riesce a conservare la fedeltà dei militari e delle forze di sicurezza venezuelane, vanificando di fatto il tentativo di rapido cambio di regime immaginato da Juan Guaidò, il presidente dell’Assemblea Nazionale autoproclamatosi presidente, ed auspicato dagli Stati Uniti. Anche il pressing esercitato su diversi alti esponenti delle Forze Armate da Washington e le ripetute promesse di amnistia annunciate da Guaidò hanno finora dato scarsi risultati, consentendo a Maduro di mantenere, in buona sostanza, il controllo del Paese. Ecco, quindi, la necessità di un’ulteriore accelerazione della crisi venezuelana, accelerazioni che dopo le sanzioni Usa prende sempre più la forma di una operazione militare. Ovviamente in nome della democrazia, ma con un occhio alle riserve petrolifere del Paese sudamericano.

Già nei giorni scorsi il presidente statunitense Trump ha sottolineato come l’opzione sia sul tavolo – ha fatto scalpore la nota secondo cui 5mila militari statunitensi dovrebbero essere schierati in Colombia, al confine con il Venezuela -, ora tocca allo stesso Guaidò rilanciarla. In un’intervista rilasciata all’agenzia France Press a Guaidò è stato chiesto se userà i suoi poteri come presidente del Parlamento e presidente autoproclamato per autorizzare un eventuale intervento militare degli Stati Uniti che possa indurre il capo dello Stato, Nicolas Maduro a lasciare il potere. Inequivocabile la risposta: “Faremo tutto ciò che è necessario – ha detto -. Ovviamente è un tema molto controverso, ma facendo uso della nostra sovranità, dell’esercizio delle nostre prerogative, faremo il necessario”. Per il Venezuela, dunque, sembra profilarsi all’orizzonte una “soluzione” sul modello di quella già adottata da Washington a Grenada o Panama, giusto per restare a quanto già visto nella regione.