Verona, la famiglia vista da lontano

Notazioni antropologiche a margine del discusso Congresso Mondiale WCF

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Louis Le Nain, Famiglia di contadini

Si apre oggi a Verona, con il patrocinio del Ministro per la famiglia e le disabilità, della Regione autonoma del Friuli Venezia Giulia, della Regione del Veneto e della Provincia di Verona, protraendosi fino al 31 marzo, il Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, WCF) che, nelle intenzioni degli organizzatori, «è un evento pubblico internazionale di grande portata che ha l’obiettivo di unire e far collaborare leader, organizzazioni e famiglie per affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società».
Questa mattina, sulle frequenze di Rai Radio3, durante la trasmissione Radio anch’io condotta da Giorgio Zanchini, Massimiliano Fedriga, Presidente del Friuli, ha chiarito i motivi per i quali, la regione da lui governata, ha concesso il patrocinio alla manifestazione: «Opporsi a modelli sociali non basati sulla famiglia naturale (non si può dire che qualsiasi cosa sia famiglia)… In uno Stato laico sono presenti dei parametri oggettivi che stabiliscono cosa sia una famiglia naturale… per tutti gli altri tipi di rapporti, anche affettivi tra persone, non bisogna discriminare ma applicare il Codice civile…». A lui si è unito un notevole numero di radioascoltatori i quali – chi più, chi meno – hanno ritenuto doveroso associarsi al senso della dichiarazione di Fedriga. Anche Luca Zaia, il suo collega del Veneto, il quale ha chiarito che altra cosa è difendere i diritti delle Famiglie naturali, altra cosa è discriminare gay e lesbiche e tutto il variegato mondo LGBT+.

Levi Strauss, il padre dell’antropologia moderna

Tutti convenivano su un punto: a tutela della Famiglia naturale in Italia c’è la Costituzione, in particolare, al «Parte I, Titolo II-Rapporti etico-sociali», gli articoli 29, 30, 31.
Prima di procedere ad una breve interpretazione antropologico-etnografica del «concetto di famiglia» attraverso un ovvio riferimento a colui che, tra gli antropologi culturali, più di chiunque altro, di tali problemi si occupò nel corso della sua intera carriera, il prof. Claude Lévi-Strauss, mi sembra interessante procedere ad una rapida lettura dei citati articoli costituzionali.

Articolo 29. La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.
Mi pare chiaro: la famiglia è la cellula fondamentale della società – forse è questo il senso che i Padri costituenti davano all’aggettivo «naturale». Una cellula fondamentale basata sul matrimonio e sull’eguaglianza assoluta dei coniugi. Non si parla, mi pare, di uomini e donne ovvero non si parla di genere; tale opzione non viene presa in considerazione. I coniugi sono coloro che hanno voluto unirsi in matrimonio. Due persone che l’hanno voluto. E tant’è.
Articolo 30. E` dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima. La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.

Anche questo articolo è lampante. Si parla di genitori e di figli, anche di quelli nati fuori dal matrimonio; anche di quelli sottratti al matrimonio per manifesta incapacità dei genitori ad educarli e mantenerli. Non si parla affatto del genere dei membri di una famiglia per definirla legittima. Né della sua «naturalità». Si parla invece di paternità, qualora si ravvisasse la necessità di ricercarla in senso giuridico, se fosse necessario dare valore giuridico alla paternità biologica.

Articolo 31. La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

Celebre dipinto su La figlia di Iorio

Se la Repubblica italiana si impegna, attraverso la sua Costituzione, la sua legge fondativa, ad agevolare con misure economiche, sociali e di welfare «la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi», mi pare che si sia fugato ogni dubbio. La famiglia non può essere considerata come prodotta dalla «natura» ma un istituto «culturalmente e socialmente determinato» ovvero determinato dalla volontà culturale degli umani intesi sia come singoli che come appartenenti ad un gruppo fondato su consuetudini normative, regole, leggi.
La natura non ha consapevolezza di sé. Sono gli uomini, attraverso un investimento culturale, a fornirle il senso più opportuno in un determinato momento, in un determinato contesto. La controprova è che se la natura avesse coscienza di se stessa non si sarebbe lasciata soggiogare e annichilire dall’homo sapiens, che lo vede trionfatore e perdente nell’era cosiddetta dell’Antropocene, quella del nostro terzo millennio che non ravvisa più alcun aspetto dell’esistenza di cui l’Uomo non si sia appropriato. La natura è determinata, definita in senso letterale, oggi più che mai, dall’opera dell’uomo. Siamo, lo sottolineano molti studiosi, appunto nell’era dell’Antropocene (Thomas H. Eriksen, Fuori controllo. Un’antropologia del cambiamento accelerato, Einaudi, Torino 2017).

Aldo Carpi, Famiglia d’artisti

A questo punto, è ovvio, entrano in gioco l’etnografia e l’Antropologia strutturale di Lévi-Strauss. Il grande antropologo francese pubblicò il famoso e fortunato volume intitolato Le strutture elementari della parentela (1948; trad. it. 1969) nel quale, interpretò i dati etnografici relativi alla realtà delle diverse modalità di costituire la famiglia e scoprì due semplici regole sociali fondate sulla centralità dell’istituto familiare indipendentemente dalla forma che questo poteva prendere nella pratica vitale delle moltissime forme sociali e culturali esistenti: il matrimonio preferenziale tra cugini incrociati – figli di germani di sesso differente – e l’esclusione del matrimonio tra cugini paralleli – figli di germani dello stesso sesso. Dunque, per Lévi-Strauss famiglia deve intendersi come l’insieme delle regole necessarie per definire l’unione matrimoniale, di fatto un insieme di norme dipendente dalla storia del contesto culturale in cui sono state elaborate e usate. Per il francese, l’unione matrimoniale si manifesta, all’indagine antropologica, come uno scambio delle donne e delle loro capacità riproduttive, voluto dai maschi, in un circuito culturale multidimensionale nel quale, come contropartita, rientrano l’economia, le alleanze strategiche, la rassicurazione, il potere. Per giungere a tale interpretazione, Lévi-Strauss individua un principio di relazione trai sessi, presente in tutti i contesti culturali, basato sull’incesto e sull’esogamia. I maschi appartenenti a un determinato gruppo non possono avere rapporti sessuali, quindi contrarre matrimonio se non oltrepassando un confine oltre il quale i comportamenti riproduttivi, della specie e della comunità, siano considerati culturalmente leciti. Ancora una volta una regola – ovviamente variabile da contesto a contesto – culturalmente decisa, un principio che, secondo lo studioso, consente ai gruppi umani di passare da una condizione puramente naturale, pre-sociale, a una condizione squisitamente culturale, di uscire dalla «natura» per collocarsi nella sfera della «cultura».
Solo vietandosi quelle donne, quelle sulle quali hanno più stretto controllo, ad es. le cugine parallele, i maschi possono, attraverso la reciprocità dello scambio, stabilire le prime relazioni sociali. Ovvero: coloro che non si possono sposare tra loro diventeranno coniugi rispettivamente di pretendenti appartenenti all’altro gruppo esogamico, ovvero esterno, lontano da quel pericoloso incrocio fra cugini troppo vicini più per le politiche di alleanza e rassicurazione che per quelle di perpetuazione della specie. Si tratta di quel principio elementare della reciprocità dello scambio su cui si basano sia la famiglia sia l’economia, gli scambi, le relazioni politiche.
Tutte le Famiglie studiate da Lévi-Strauss – sul campo, attraverso il metodo etnografico che vuol dire conoscenza diretta e dialogica con coloro che forniscono le informazioni – comprese quelle a noi più vicine, si fondano su principi di ordine culturale dunque, non naturale. Come ben prevede, l’ho già detto, la Costituzione italiana.
Tuttavia, per concludere lascerei la parola al famoso antropologo culturale francese.

Donne nella Grecia antica

«Come si dice in Nuova Guinea, il matrimonio non serve a procurarsi una moglie, ma a farsi dei cognati» e così «quando si sia riconosciuto che il matrimonio unisce gruppi piuttosto che individui, molte usanze diventano chiare» (Claude Lévi-Strauss, «La famiglia», in Lo sguardo da lontano, trad. it. Einaudi, Torino, 1984, p. 5). Così, diventa chiaro il motivo per cui, «I Chukchee della Siberia orientale non vedevano inconvenienti nel matrimonio di una ventenne con un infante di due o tre anni; la ragazza, sovente già madre, se aveva avuto amanti, allevava insieme il figlio e il maritino» (Ivi, p.61). Così, «nel Nord America, i Mohave seguivano un’usanza inversa: un adulto sposava una bambina, e ne prendeva cura finché non fosse in grado di adempiere ai doveri coniugali. Questi ultimi matrimoni erano considerati molto solidi: il ricordo delle cure paterne prodigate dal marito alla moglie bambina avrebbe rafforzato l’affetto naturale tra gli sposi» (Ivi, p. 62). Inoltre, continua Lévi-Strauss, «in Africa donne d’alto rango avevano spesso il diritto di sposare altre donne, ingravidate da amanti autorizzati; la nobildonna diventava il “padre” legale dei figli e, secondo la regola patrilineare in vigore, trasmetteva loro il nome, il rango e gli averi … In altri casi, la famiglia coniugale serviva a procreare i figli ma non ad allevarli, perché le famiglie rivaleggiavano tra loro per adottare i rispettivi figli … poteva così accadere che una famiglia si appropriasse del piccolo di un’altra prima ancora della sua nascita… L’usanza era frequente in Polinesia ed in parte del Sud America … simile [a] quella di affidare i bambini maschi ad uno zio materno, attestata fra i popoli della costa nord-ovest del Nord America fino ad epoca recente, e fra la nobiltà europea nel Medioevo» (Ibidem).
Così, «sarebbe totalmente sbagliato ridurre la famiglia al suo fondamento naturale. Non bastano a spiegarla né l’istinto di procreazione, né l’istinto materno, né i legami affettivi fra marito e moglie o fra padre e figli, né la combinazione di tutti questi fattori. Per quanto importanti siano, da soli essi non potrebbero dare origine a una famiglia» (Ivi, p. 66). Questo, conclude l’antropologo francese, per un motivo tanto semplice, evidentemente di ordine culturale: l’esistenza di altre famiglie che si privino – secondo modelli normativi, standardizzati e condivisi «tradizionalmente» – di alcuni membri i quali, proprio seguendo quella tradizione culturale, possono dare vita ad una nuova cellula sociale che, alla luce degli studi lévistraussiani, antropologicamente siamo obbligati a definire, pur nella molteplice possibilità delle varietà ipotizzabili, come famiglia.