L’arte è un astratto o un concreto?
Bruno Munari (“Astratto e concreto”, Catalogo della mostra Arte concreta, 9-24 aprile 1983) non aveva dubbi: “tutta l’arte è concreta, anzi si potrebbe dire che o è arte concreta o non è arte”, perché “fa vedere la natura interiore dell’uomo o della donna”, di un pensiero, di un sentimento, che sono “altrettanto natura di quella esteriore […]. Chi non vede questo, non vede nemmeno l’arte ma vede solo la copia più o meno fedele e superficiale di una parte della realtà esteriore, oppure vede della letteratura nelle opere di arte visiva”.
Riflessioni che, esulando dalle vere e proprie teorizzazioni (come quelle di Theo van Doesburg e Max Bill, alla base di molti movimenti artistici della seconda metà del Novecento), si adattano perfettamente ai dipinti di Vincenzo Liguori, artista creativo e versatile, che vive e lavora a Mercato San Severino, in provincia di Salerno. Le sue opere compaiono in collezioni private in Italia e all’estero (Scarborough, Toronto, Milano, Modena) e della sua attività si sono interessati autori e critici di spessore, come Massimo Bignardi, Generoso Vella, Giuseppe Rescigno e Rino Mele.
Rinunciando alla verosimiglianza accattivante dell’arte figurativa, legata irrimediabilmente a un unico punto di vista, le opere di Liguori, sin dagli esordi (i suoi primi lavori risalgono alla metà degli anni Ottanta, quando aveva solo 16 anni), si presentano come strutture cromatiche, costruzioni mitopoietiche, storie di corpi logici sezionati, “gettati” in precipizi senza fondo e senza geografie.
“La mia ricerca pittorica si sta muovendo verso una sorta di contaminazione tra ciò che è geometrico, astratto, surreale e la figura umana e ciò che è reale”, scrive di sé Liguori. “Non intendo volontariamente seguire una linea ripetitiva perché penso che l’arte sia un continuo fluire (panta rei), per cui do un ampio spazio alla libertà creativa. Pongo lo spettatore nella condizione di essere libero di interpretare ciò che dipingo. Quanto più il rapporto è diretto tra opera e utente, tanto più riesco a comunicare ciò che sento. La tela, il cartone, il foglio diventano luoghi eletti per catturare squarci folgoranti di forme, colori, linee che si fondono l’una nell’altra, si sovrappongono, si incastrano in un armonico tutto, dove il richiamo all’esperienza visiva del passato individuale e rimandi a figure archetipe e contemporanee sono sempre presenti e mai abbandonate. I colori si rincorrono e sfumano, a volte liberi dalle forme, evocando suggestioni profonde mai privi di equilibri ed armonie cromatiche, e a volte rinchiusi invece in forme geometriche, lasciando il posto a simboli, figure umane, volti, inseriti in un fluire di linee, curve spezzate, chiuse, che si rincorrono interagendo tra loro quasi a rappresentare lo scorrere, il panta rei di eraclitiana memoria”.
Grazie all’uso sapiente di queste concatenate e perfette geometrie, tra colori vivaci e forme definite, Liguori prova a rassicurare gli sguardi dei suoi interlocutori e occulta, più o meno intenzionalmente, altrettante finestre spalancate sugli abissi, tra occhi sgomenti che, qua e là, emergono come piccole macchie di colore tra gli spazi, ora scomposti ora disarticolati ora decentrati, e volti senz’anima, narrazioni prive di soggetti, monadi senza alcun inizio e fine.
In questi dipinti non ci sono prospettive, non si scorgono punti di fuga e men che mai orizzonti di senso: i personaggi di Liguori, privi di identità, sono tanti frammenti di un Icaro che ha perso ogni speranza di decollo, inghiottito dall’ininterrotto fluire dei suoi colori che, come il magma di un fiume lavico, si muovono tra le viscere di anime e Terra senza più approdi né scopi. I colori e i giochi sono fini a sé stessi. Non solo il panta rei, dunque, ma anche il pais paizon di Eraclito e di Nietzsche (il tempo come un fanciullo che gioca a dadi, come il regno sovrano di un bambino).
Cosa resta, allora, dell’uomo nei dipinti di Liguori?
Restano il richiamo di quello che era e la desolazione al cospetto di quello che è, in un bizzarro miscuglio di natura e cultura, nella impossibilità di ogni unione riconciliatrice, tra geometrie immaginate, illusioni prospettiche e realtà irriducibili e ingovernabili.
A quest’uomo senza direzione né traguardi, solo di fronte all’eclissi di un possibile senso della realtà che lo circonda, resta solo il tentativo di sollevare il velo di Maja e immergersi nelle profondità dei suoi infiniti abissi, forse pericolosi, ma di certo nascosti e insondabili. Abissi fragili, che possono essere osservati solo da lontano, senza oltrepassare il limite della loro intangibilità, pena la loro distruzione. L’essere e l’infinito nelle opere di Liguori vivono così sulla sottile linea di un orizzonte artistico inviolabile. I loro misteri non possono essere svelati ma si rivelano e trasformano, come in un gioco di specchi, in una costante illusione prospettica.