Vita di Luigi, la faccia d’asfalto dell’eroe bambino

La scuola, l'evasione, i furti, le estorsioni: l'esistenza di un giovanissimo inquadrata con profondità e acume letterario nel microcosmo delle passioni e delle negazioni infantili, in un mondo che tenta di bastare a se stesso

0
422
Un'immagine della "paranza dei bambini"
Sua madre ogni mattina lo accompagnava a scuola, aveva comperato delle manette di plastica, dopo aver scoperto che a scuola non andava. Per caso lo aveva trovato al supermercato. Si era nascosta e poi di corsa era andata a scuola a parlare con il dirigente scolastico.
– Suo figlio da un mese che non viene a scuola.
– Perché non mi avete avvisata? Lo accompagno a scuola tutte le mattine.
– Lei ha sempre il cellulare spento, e a casa non risponde nessuno.
Aveva ragione il dirigente scolastico, al telefono di casa non rispondeva, di cellulari, invece, ne aveva due, e quello che usava aveva un numero differente dal numero lasciato a scuola.
“Allora non basta accompagnarlo a scuola” – si disse Immacolata a voce alta – “lo devo portare in classe”.
Con questo pensiero in testa andò dritta al sexy shop di Calata San Marco dove comprò delle manette di plastica, colorate e con la pelliccia.
Ogni mattina le metteva ai polsi del figlio.
Lo accompagnava in classe e solo allora gliele toglieva.
“Mammà è inutile, a me storia’ nun me piace ” – gli diceva ogni mattina Luigi.
Immacolata non si era persa d’animo, e tutte le mattine ammanettava Luigi per portarlo a scuola.
Non voleva che non sapesse scrivere nemmeno il suo nome come era accaduto a lei.
Si era innamorata a sei anni del padre di Luigi, a quindici era nato il bambino.
Quel bambino, che sembrava un bambolotto, se lo guardava spavalda, e pure se il padre non ne voleva sapere di suo figlio lei bastava per tutti e due.
Lavorava in casa, e i soldi che guadagnava erano sufficienti per pagare l’affitto, e ogni desiderio del bambino, anche il sabato sera dalla Figlia del Marinaro.
Solo che a Luigi piaceva la strada, e lei lo capiva, allora avevano fatto un patto:
“Impara a leggere e a scrivere, poi farai come vuoi” – era figlio suo, sapeva che non avrebbe potuto dargli di più.
Luigi le aveva detto:
“Vabbuò” – e da quel momento erano scomparse pure le manette, finite nel cassetto del comodino.
Le sarebbero tornate utili per ammanettare al letto uno di quei pusillanimi che le pagavano le giornate.
Tabelline
– Quanto fa, Luigi, due per due?
– Cinque.
– Come cinque? Ancora insisti?
– Mae’ due per due fa cinque, ma lo vuoi capire che fa cinque?
– No, non lo voglio capire. Non c’è niente da capire. Due per due fa quattro!
– Allora mo ti spiego mae’ com’è. Se io rubo quattro mele e le vendo poi ci guadagno, e quindi non ho più quattro ma cinque.
– Luigi tu non devi rubare, devi studiare, devi lavorare.
In fuga
Mentre correva, braccato, pensava alle tabelline.
La maestra proprio non lo voleva capire che due per due facevano cinque.
Era quello che gli era sempre piaciuto del crimine: la possibilità di modificare le regole degli altri pensando solo  al profitto.
I cavalli di ritorno
Aveva iniziato con i cavalli di ritorno, a undici anni, dopo aver imparato a leggere e scrivere.
Non voleva finire in carcere, aria fresca in carcere non ce n’è, e i cavalli di ritorno non erano veri furti anche sua madre ne era convinta. A nessuno dei due la parola estorsione diceva niente.
“Se per due ore faccio scomparire un’auto è solo un gioco di prestigio, cosa centra l’estorsione?”
Rubare le auto era semplice, la gente si convince di avere bisogno dell’auto.
In auto si nasconde, in auto fa l’amore sotto i lampioni, in auto si muove senza sapere dove andare, ed è disposta a tutto pure di avere l’auto indietro.
Luigi rubava le automobili e poi chiedeva il riscatto.
I numeri di cellulare li prendeva ai carrozzieri e agli elettrauto che frequentava per ingannare l’attesa, tra un cavallo di ritorno e l’altro.
Erano amici suoi, bastava un invito a cena, qualche profumo, un abbonamento in palestra, e tutto era risolto.
Una volta presi i numeri di cellulare li raccoglieva in una grande scatola di biscotti al burro, quelli danesi.
Sua madre glieli comprava da quando era piccolo.
Ogni volta prendeva un numero a caso.
Per equità.
Nessuno si faceva male, e chi era già ricco non sarebbe diventato povero pagando il riscatto.
Un modo per distribuire ricchezza.
Ma questa fetente di crisi aveva rovinato anche lui.
Solo catorci per strada, e quando trovava un’auto da rapire il satellitare diventava un problema.
Mica poteva staccare tutto per poi doverla restituire?
Troppa fatica e poi  c’erano  i proprietari dei Suv…
Ogni volta erano discussioni a non finire.
Uno l’aveva pure minacciato.
“Che ti minacci, ma vaffanculo tu, la macchina e i soldi” – aveva detto a voce alta, mentre riportava la macchina al proprietario.
Ma il parafango glielo aveva sfondato.
Il giorno dopo
La mattina uscì presto e trovò Antonio ad aspettarlo.
– Lo sai cosa hai combinato ? – lo assalì senza nemmeno dargli il tempo di guardarlo in faccia.
– E cosa ho combinato?
– Hai distrutto il parafango dell’auto che ieri hai rubato, quello è  venuto in officina da me, ha detto che se non gli dico chi è  stato sono guai. Ma tu lo sai chi è  quello?
– No, non lo so chi è, chi se ne frega. Ha riavuto l’auto senza cacciare una lira, adesso il problema è il parafango?
– Statti accuorto.
– Eh chilli mo pensa a me.
Asfalto
Antonio era scomparso quando sentì un rombo alle spalle.
Iniziò a correre, ma c’era solo la scuola elementare
– Mannaggia alle tabelline – pensò, mentre cadeva con la ruggine in bocca e il freddo dell’asfalto.