Vita ecosostenibile, e ciascuno cominci da sé

Richiamare alla responsabilità individuale non significa deresponsabilizzare le istituzioni, che dovranno intervenire in modo radicale con normative stringenti

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Nel 1542 Bartolomeo de Las Casas riusciva a far adottare da Carlo V le “nuove leggi”, che abolendo l’Encomienda – ovvero il sistema schiavista di produzione istaurato nel nuovo mondo dai colonizzatori spagnoli che ha provocato la morte di milioni di amerindi – proibivano la schiavitù e riconoscevano dignità umana agli indios. Tre secoli dopo, durante il Congresso di Vienna, questa pratica abominevole fu definitivamente abolita. Se un uomo coraggioso non si fosse battuto contro tutti, in contro tendenza, l’abolizione della schiavitù non sarebbe oggi un’idea indiscussa e indiscutibile. Un individuo, dunque, può e deve fare la differenza, senza nascondersi dietro il qualunquismo di chi aspetta che gli altri cambino per primi o pensa comodamente che lo sforzo individuale sia sostanzialmente inutile perchè incombe allo Stato provvedere…

Conviviamo con i veleni, ma ciascuno di noi, volendo, potrà evitarli compiendo scelte precise

La responsabilità è individuale e chiama in causa ciascuno di noi: tra i tanti propositi per il nuovo anno sarebbe bello mettere in primo piano un’assunzione di responsabilità verso la salute del nostro pianeta. Non basta, infatti, evitare di inquinare intenzionalmente, non riversare rifiuti nell’ambiente o effettuare la raccolta differenziata…
Vincere la sfida di uno sfruttamento equo e sostenibile delle risorse del pianeta che non pregiudichi la possibilità di goderne da parte delle future generazioni, lanciata dall’Agenda ONU 2030, di certo chiama in causa in primis gli Stati membri, ma suppone nel contempo una rivoluzione copernicana: rendere i nostri consumi eco compatibili, e cominciare a valutare l’impatto ambientale delle nostre abitudini quotidiane, dalla scelta degli alimenti e a quella dei detergenti o dei prodotti per l’igiene personale. Quanto sono biodegradabili i detersivi che utilizziamo? Quanto sono nocivi per gli animali nel momento in cui si riversano nell’ambiente? Quanto il mio consumo quotidiano, ad esempio di un sapone liquido per le mani, moltiplicato per i 7 miliardi di individui che popolano la terra contribuisce all’inquinamento? Semplici domande che dovrebbero spingerci a esercitare il nostro inviolabile diritto a scegliere cosa comprare, orientando il mercato e l’industria: un potere che può avere conseguenze a catena e su scala planetaria. Piccoli gesti, insomma, ma grandi effetti: scegliere consapevolmente prodotti a basso impatto ambientale può contribuire in modo sostanziale a riorientare la produzione e la ricerca senza pertanto costituire un faticoso stravolgimento della nostra vita. Si pensi all’olio di palma e alla rapida sostituzione con olio di oliva o di girasole che le grandi multinazionali hanno messo in atto…Solo per restare nell’ambito dei detergenti per la casa, non conta solo l’origine “bio” degli ingredienti – che può, per legge, limitarsi ad esempio alle essenze o a elementi presenti in quantità limitate come i tensioattivi-, sono la biodegradabilità e la tossicità per la flora e la fauna ad essere essenziali.
Scegliere prodotti che si degradano integralmente e rapidamente non fa soltanto bene all’ambiente: pulire con sostanze altamente tossiche (come molti detersivi) significa maneggiare, respirare, assorbire quotidianamente veleni le cui conseguenze, nel lungo periodo, nessuno ha mai misurato, ma cui forse le sempre più frequenti allergie non sono estranee. La scelta di prodotti per la pulizia in commercio comincia a essere sempre più ampia e di facile reperimento, con costi di poco più elevati di quelli che si trovano, ad esempio, da Acqua e Sapone. E se si ridimensionasse l’ossessione per un pulito ai limiti della sterilizzazione, si potrebbero utilizzare detergenti fatti in casa utilizzando le tante guide o i blog: per i pavimenti un po’ di aceto, una punta di detersivo ecobio per i piatti e qualche goccia di olio essenziale di rosmarino o lavanda danno ottimi risultati e costano poco. E se tutti i parrucchieri usassero shampi e balsami 100% biodegradabili? E se l’utilizzo si estendesse a locali quali bar, ristoranti, negozi, in cui la pulizia si fa su larga scala e di frequente? E negli edifici pubblici? L’effetto a catena non potrebbe che indurre le industrie a produrre in modo più sostenibile e ad abbassare i prezzi, con il solo grande vantaggio di tutelare la nostra salute, la vita degli organismi marini e… le nostre tasche!

Occorre evitare prodotti, gastronomici e non, sospetti e considerare le alternative che spesso sono alla nostra portata

E se è vero che c’è una vasta zona grigia in cui regna molta confusione tra prefissi inflazionati come “bio”, “eco”, “naturale”, pure molte marche indicano precisamente l’elevata e rapida biodegradabilità spesso con la dicitura “ecobio” (esempio i prodotti Greenatural o Allegro natura). Ricorrere all’etichetta ovvero all’INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients) è essenziale: l’ordine in cui vi compaiono gli ingredienti è proporzionale alla quantità utilizzata, partendo dalla concentrazione più elevata e, senza giocare al piccolo chimico, cercando i composti sul sito www.biodizionario.it, per ciascuna sostanza troveremo il grado di nocività per la salute umana, animale e del pianeta, indicato in ordine decrescente con un massimo di tre semafori rossi, arancioni o verdi in ordine decrescente di tollerabilità. In alternativa ci si può affidare alle certificazioni come il marchio ICEA (Istituto di certificazione Etica e Ambientale) e quello europeo Ecolabel. Sul sito dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale, Home, certificazioni, ecolabel, prodotti certificati) sono reperibili i prodotti con certificazione Ecolabel: purtroppo solo un misero 7% delle aziende certificate è al sud, quindi è molto più facile trovare prodotti con la certificazione ICEA che con certificazione Ecolabel. Un sud sempre in ritardo, eppure molto toccato dall’inquinamento, ma piuttosto incline a scaricare le responsabilità sullo Stato, sul governo, sull’Europa.
Certo, richiamare alla responsabilità individuale non significa deresponsabilizzare le istituzioni, che dovranno, invece, – come a proposito della plastica – intervenire in modo molto più radicale con normative stringenti e controlli serrati. Significa, piuttosto, estendere il principio della sussidiarità: laddove i governi sono impegnati a mediare con lobby e interessi commerciali, e la legge giunge con un ritardo di qualche decennio rispetto ai cambiamenti sociali, i cittadini devono intervenire autonomamente e orientare direttamente la produzione in senso sostenibile. È la nostra salute e quella dei nostri figli che è in gioco: e allora al prossimo Natale regaliamo tutti una bel cesto di prodotti ecosostenibili, e ricordiamoci che le idee, come i virus, sono contagiose e si diffondono se ciascuno cambia in modo durevole e concreto il proprio comportamento.

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