Aveva progetti che lo avrebbero tenuto impegnato sino al secolo, aveva dichiarato il regista in occasione di un compleanno che lo allontanava sempre di più dalla novantina e che lo avvicinava al centenario. Il destino con lui, se dapprima non sembrava essere generoso (il mancato riconoscimento paterno e la solitudine esistenziale dovuta alla carenza di affetti non furono di certo d’aiuto per invogliare il giovane Gianfranco “Corsi” allo studio delle lettere e dell’arte), comincia sin da subito a sorridergli. Nei duri anni venti anni in cui il mondo stava scivolando verso la grande crisi dei tardi anni venti con la dura depressione economica sfociata nella crisi, la presenza della zia Lide fu una costante per il giovane Franco. Sono anni di piacevoli e tetre visioni, dall’ilare schiamazzo delle sartine che affollavano la casa alle camicie nere in Piazza Vittorio tra una moltitudine di bandiere tricolori, forse una di quelle manifestazioni di solidarietà al Duce dopo l’attentato a Matteotti. Il piccolo Franco sventolava il piccolo tricolore di carta, forse, come scrive nella sua intensa autobiografia “per dare l’addio ad un’epoca che stava finendo per sempre”.   Una sorta di abitudine alla bellezza e all’orrore contrapposto che ha caratterizzato le sue produzioni. Genio eclettico, regista cinematografico, teatrale e d’opera, forse aveva ereditato quella poliedricità proprio dal suo Avo Leonardo da Vinci (secondo una ricerca da poco resa nota e condotta dagli studiosi Alessandro Vezzosi ed Agnese Sabato, entrambi responsabili del Museo ideale Leonardo da Vinci). È un caso che il regista fiorentino scompare nel cinquecentenario della morte del genio di Vinci? Chissà.
Come buona parte degli artisti del Rinascimento, il destino di un genio è legato ad un altro genio, spesse volte mecenate. Il “mecenate” di Zeffirelli, Maestro e guida si chiamò Luchino Visconti. L’esistenza è costituita da una fitta rete di conoscenze, incontri e passaggi comportamentali connessi fra loro che se accadono e felicemente si incontrano danno luogo alla storia. Non può esistere un altro avvenimento. Secondo Zeffirelli, “quello che non è stato non poteva mai essere perché non è mai successo”. Zeffirelli e Visconti, ai quali si aggiunse anche un giovanissimo Francesco Rosi per un aiuto regia, sono associati dalla critica ma in realtà sono due registi estremamente opposti. Chissà se il regista, uno dei padri fondatori del Neorealismo, avrebbe apprezzato il “Gesù” del suo allievo, olografico, figurativo, manieristico. Quasi sicuramente no dato che la tematica figurativa del Conte di Modrone era simile a quella di un Pasolini del Vangelo secondo Matteo, la cui scarnificazione dei volti esprimeva tutta una poetica sociale e civile. Ad avvalorare questa tesi vi è sempre stata l’elegante chiusura del Maestro fiorentino verso il suo collega bolognese sul discorso cinematografico. Grande stima per la poesia, ma disistima totale per i suoi film. “Noi abbiamo perso un grande poeta quando Pasolini si mise a fare quei suoi filmacci” ebbe modo di dichiarare a Piero Chiambretti ad una puntata de “Il Portalettere”. Un giudizio forte, eccessivo, anche contestabile ma comprensibile se si pensa che Pasolini-Visconti e Zeffirelli sono due precursori e maestri di stili diversi. Quando Visconti morì nel marzo 1976, Zeffirelli stava girando la scena del Tempio con Antony Queen nei panni di Caifa, Laurence Olivier e James Mason nel ruolo dei farisei. Zeffirelli racconta che fece osservare un minuto di silenzio alla troupe riunita al Tempio di Salomone per girare la scena del Sinedrio per un omaggio “all’uomo che era stato indubbiamente uno dei più grandi del cinema e l’amico più importante di una vita”.
Tutti i film di Zeffirelli che si sono succeduti hanno traccia della bellezza che il Maestro andava inseguendo, da Amleto a Callas Forever. “A volte mi sento artista, perché un’artista deve offrire il meglio di sé, poi giudicheranno gli altri se vale la pena di chiamarlo artista. Oggi nella vita non si sa più chi si è, per via di una tale confusione”. Da acuto osservatore, guardava con sospetto la liquidità baumaniana della società e non era mai stato indulgente con una parte di popolo che era eccessivamente “mobile” come la donna del Rigoletto; ha osservato con malizia e fiducia la rapida ascesa di Renzi (definito un novello “Figaro”) ed ha sempre difeso a spada tratta l’amico Silvio Berlusconi per il quale fu anche Senatore nella dodicesima e tredicesima legislatura (“ha quella prepotenza dei ricchi, ma non è l’unico, in America ve ne sono un’infinità).
Cosa può lasciare una figura fulgida, straordinaria come quella di Zeffirelli ai giovani? La sua storia, di certo, è di modello a chi vuole intraprendere una carriera cinematografica o teatrale, ma non solo. In un’epoca sempre più “senza”, in cui vengono meno ogni valore tradizionale che costituisce l’ossatura civica di un cittadino e di un individuo, in cui meritocrazia e talento sembrano essere messi alla porta, leggere la biografia di Zeffirelli, appassionarsi ai suoi capolavori immortali può essere un’arma vincente per divenire quegli “e-gregi” che portò lui, umile figlio di N.N, a presentarsi di fronte ad uno dei più temuti registi di allora ed alla domanda “Tu chi sei?” rispose “Non lo so, so che mi piace tanto il teatro, tutto: la scenografia, recitare…”. La lezione di Zeffirelli è il mettere al centro la fatica e l’impegno, vocaboli che talvolta fanno rabbrividire noi giovani dalla filosofia del volere “tutto e subito con il minimo sforzo”. È il sapere inquadrare una propria peculiarità e saperla mettere a frutto in un’epoca in cui, per disperazione e per carenza di occupazione, ci si getta a capofitto in ogni prova o concorso possibile senza, talvolta, avere le competenze esatte per ricoprire un tale ruolo richiesto. La lezione di Zeffirelli è, infine, il saper tornare ad osservare ed a guardare, a sbalordirsi, a meravigliarsi. Come novelli Francesco D’Assisi. Anche per questo, grazie Maestro.